2 luglio 2015

EMERGENCY: IL TUO 5x1000 FA LA DIFFERENZA


 
Come va laggiù?”
“Tutto come al solito”. Questo è più o meno quello che rispondo a chi da casa mi chiede notizie.

Manco da Lashkar-gah, Afghanistan, da tre anni, ed effettivamente va tutto come al solito.
Solo che “il solito”, a Lashkar-gah
, è quello che è successo stamattina.

Ore 9.30. Durante il giro dei pazienti sentiamo un botto. Trema la terra, tremano i muri. Tremano i visceri.

Due secondi due per guardarci gli uni con gli altri, immobili. Poi ognu
no si muove, come un robot, come non avesse fatto altro in tutta la sua vita. Dimi, la Medical Coordinator, corre al cancello dell’ospedale e poco dopo comunica via radio l’attivazione del mass casualty plan. Altri minuti, in attesa che i pazienti arrivino, le tende fuori dal Pronto Soccorso pronte, ogni membro dello staff pronto al proprio posto, la sala dei giochi riadattata a reparto per spostare i pazienti meno gravi e far posto a chi arriverà.

“Quanti?”. È la domanda che rimbalza in quei lunghi minuti di attesa. Nessuno risponde. Nessuno sa. Un camion-bomba si è fatto saltare a pochi chilometri da qui, vicino a una caserma di polizia. Lì di fianco c’è una scuola. Momenti interminabili nei pensieri, pochi minuti sulle lancette in realtà.
 
Poi tutto si confonde in un caos ordinato in cui ognuno sa cosa fare. La prima ad arrivare è una bambina di 9 anni con una scheggia in testa, “brain out” dicono, “il cervello fuori”. Immediatamente dopo una donna, scheggia nell’addome.

Poi non li distinguo più. In quel momento sono solo corpi, corpi feriti. Corpi da esaminare, da mettere in lista per la sala operatoria, da trasferire in reparto, da suturare, da curare. Riesco appena a realizzare che la maggior parte di loro sono bambini: solo adesso, dopo qualche ora, mi ricordo della scuola. Ci siete incappati bambini miei, siete uno dei tanti “effetti collaterali”.

Alla fine sono arrivati 35 feriti. Per 11 di loro è necessario un intervento chirurgico, gli altri se la cavano con un po’ di medicazioni, tornano a casa, là, fuori dal cancello bianco e rosso dell’ospedale, tornano da dove sono venuti. Non so se è proprio un “cavarsela”.

Ore 12.30, fine della mass casualty, dal distretto di Sangin arriva un paziente con un proiettile nell’addome. Lo portano gli infermieri di uno dei nostri Posti di primo soccorso. Poco dopo un ragazzino di 12 anni, scheggia nell’inguine… ricomincia la silente processione.

“Come va a Lashkar-gah?”
“Al solito… va tutto come al solito”.

— Roberto, infermiere di Emergency in Afghanistan

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