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11 giugno 2015

10 anni di ALL Reds Rugby Roma

 
Sabato 6 e Domenica 7 Giugno 2015
ALL Reds......ALL Stars
l.o.a. Acrobax - Roma
 



 
 
 
Foto e video: Frankska

24 ottobre 2011

All Reds Rugby su 15 ottobre



ANPI-AllRedsGli All Reds Rugby Roma sono una squadra di rugby che promuove lo sport popolare come momento di aggregazione fondato sull’antifascismo, antirazzismo e sull’antisessismo rappresentando uno dei laboratori con maggior seguito del L.O.A. ACROBAX. Nati ormai 7 anni fa, ci sentiamo di poter definire la nostra esperienza una realtà sportiva consolidata. La squadra maschile partecipa per il sesto anno consecutivo al campionato nazionale di serie C mentre quella femminile è alla quarta partecipazione alla coppa Italia di rugby a 7 di cui ha disputato le ultime 2 edizioni delle finali nazionali. E non possiamo certo non sottolineare come gli sforzi di tutte e tutti abbiano permesso di adeguare le strutture dell’ Ex Cinodromo, le stesse definite un covo di brigatisti, sino a raggiungere un risultato per noi straordinario: l’ omologazione del campo da parte della Federazione Italiana Rugby.



Il 15 Ottobre chi tra noi era in piazza a Roma a manifestare, lo ha fatto insieme a centinaia di migliaia di persone, precari e precarie, disoccupati, migranti e studenti. Lo ha fatto contro una politica di austerity imposta alle nostre vite proprio da chi questa crisi ha contribuito a crearla.



Per questo vogliamo prendere parola in merito alla vergognosa gogna mediatica a cui è stato esposto tutto il Laboratorio Acrobax e quindi anche noi All Reds: respingiamo con tutta la forza possibile le accuse riportate dai giornali e dal ministro dell’interno Maroni, accuse di regia occulta
dei fatti del 15 ottobre, mosse con l’unico intento di screditare un luogo importante per l’ autorganizzazione della nostra città. Autorganizzazione praticata attraverso i suoi laboratori e le sue iniziative politiche per il diritto alla casa, per la lotta contro le morti sul lavoro, contro la precarietà e per la diffusione di un modello di sport inclusivo, lontano dalle logiche del profitto e capace di muovere una vera integrazione sociale.
Proprio per questo, ad accuse così assurde rispondiamo con attivazioni costruite dal basso, sempre pubbliche, alla luce del sole .



A tutti quelli che ci hanno dipinto come il mostro da sbattere in prima pagina, e come sempre a tutto il quartiere, l’invito è di partecipare a questa partita per noi vitale e di sostenere gli All Reds già dalle prossime domeniche sul campo dell’ex cinodromo di Roma in VIA DELLA VASCA NAVALE 6.

Caro Maroni, ci vediamo nella mischia… se te regge! 


25 marzo 2011

Nuova Zelanda, accordo con i maori per la loro danza rituale

haka_585_486970aLa nazionale di rugby potrà continuare a eseguire la famosa haka prima delle partite
La nazionale neozelandese di rugby ha concluso un accordo con una tribù maori per assicurare che la squadra possa continuare a eseguire di fronte agli avversari la tradizionale danza di guerra, o haka, prima degli incontri.

Gli All Blacks, come viene chiamato il team per la sua storica divisa nera, si esibisce sin dal 1905 nel minaccioso rituale, che però fu composto da un capo dellatribù Ngati Toa, alla quale sono stati riconosciuti i diritti di proprietà intellettuale nel 2009.

La tribù dell'isola del nord aveva minacciato di brevettare parti della danza, sollevando la prospettiva di una battaglia legale in vista della Coppa del Mondo di quest'anno in Nuova Zelanda. Ma la New Zealand Rugby Union ha annunciato oggi di aver raggiunto un accordo con i Ngati Toa, i cui dettagli rimangono confidenziali, e la squadra non dovrà rinunciare alla tradizione.

21 marzo 2011

Storie dall'Altra Italia

189618_187618451274957_177784978924971_405258_6656186_nCon:
Daniele Biacchessi (voce narrante)
Marino Severini dei The Gang (voce e chitarra)
Sandro Severini dei The Gang (chitarra solista)
Massimo Priviero (voce e chitarra)


Tour 2011

25/03/11. Piacenza, sala dei teatini, ore 10 e 21.
06/04/11. Taneto di Gattatico, Fuori Orario, ore 21.
28/04/11. Cerro Maggiore, Auditorium, ore 21.
29/04/11. Settimo Milanese, Palazzo Granaio, ore 22,30.
18/06/11. San Pietro in Casale, Casone del Partigiano ore 22. 


Sono storie dall'Altra Italia, grandi narrazioni popolari che appartengono ad un solo paese.
Vengono raccontate attraverso il teatro, la musica e le canzoni da Daniele Biacchessi, Marino e Sandro Severini dei The Gang, Massimo Priviero proprio nei giorni in cui si celebra il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia.
Storie di alpini siciliani e sardi che vanno a morire insieme a loro coetanei veneti e lombardi durante la campagna dell'Armir in Russia nel 1944.
Storie di studenti, operai, intellettuali, contadini che nel '43 scelgono la democrazia e si ribellano alle barbarie naziste e fasciste.
Storie di omicidi rimasti impuniti, di sangue versato lungo le strade e le piazze italiane, di giovani uccisi per le loro idee.
Storie di nuove resistenze in Calabria,Puglia, Campania, Basilicata e Sicilia, tra i ragazzi di Libera Terra che producono frutta, pasta e vino sui terreni confiscati ai boss mafiosi.

"Storie dall'Altra Italia, la storia sono loro" è uno spettacolo che miscela l'arte del teatro civile di Daniele Biacchessi con la canzone d'autore, il rock e la poesia dei Gang e di Massimo Priviero.

E' uno spettacolo per non dimenticare.

 


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Biografia degli Autori:


 


Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore. Vice caporedattore di Radio24-Il Sole24ore. Premio Cronista 2004 e 2005 per il programma "Giallo e nero". Premio "Raffaele Ciriello" 2009 per il libro "Passione reporter". Ha pubblicato ventidue tra libri, prefazioni e interventi. "La fabbrica dei profumi" (1995), "Fausto e Iaio" (1996), "Il caso Sofri" (1998), "L'ambiente negato" (1999), "10,25 cronaca di una strage" (2000), "Il delitto D'Antona" (2001), "Un attimo..vent'anni" (2001), "Ombre nere" (2002), "Punto Condor. Ustica, il processo" (Pendragon,2002), "L'ultima bicicletta, il delitto Biagi" (Mursia, 2003), "Cile 11 settembre 1973" (Franco Angeli, 2003), "Vie di fuga. Storie di clandestini e latitanti" (2004), "Roberto Franceschi: processo di polizia" (2004), "Walter Tobagi. Morte di un giornalista." (2005), "Una stella a cinque punte. Le inchieste D'Antona e Biagi" (2007), "Il paese della vergogna" (2007), "Fausto e Iaio, trent'anni dopo", capitolo "I fatti" (2008), "Passione reporter" (2009),"Attentato imminente", prefazione al libro di Simona Mammano e Antonella Beccaria (2009), "Per non dimenticare, il teatro civile di Daniele Biacchessi (2010), "Maledetta fabbrica" a cura di Simona Mammano capitolo sulle morti bianche (2010), "Teatro civile, nei luoghi della narrazione e dell'inchiesta" (2010). Nel 2001 scrive e dirige il docu film "Il filo della memoria" (montaggio di Gianfranco Vietti), sui familiari delle vittime delle stragi e del terrorismo. Daniele Biacchessi é autore, regista e interprete di teatro narrativo civile. "La storia e la memoria" (2004) , "Fausto e Iaio, la speranza muore a 18 anni" (2005), "La Fabbrica dei profumi. Il racconto di Seveso" (2006), "Storie d'Italia. I diari" (2006), "Punto zero, frammenti di underground americano" (2008), con il sassofonista Michele Fusiello. "Roberto Franceschi. Processo di polizia" (2005), "Quel giorno a Cinisi. Storia di Peppino Impastato" (2006), con il pianista Gaetano Liguori. "Il paese della vergogna" e "Passione reporter" con Marino e Sandro Severini dei Gang, "I ventitré giorni della città di Alba" (2007) e "Il sogno e la ragione. Storie del '68", con Gaetano Liguori e Michele Fusiello. "Il lavoro rende liberi" (2010) con il cantautore Andrea Sigona. "Cento passi contro la mafia" (2010) con Tiziana Di Masi e Gaetano Liguori. In forma di solo reading, ha scritto "Luigi Tenco, morte di un cantautore" e "Teatro civile"

The Gang si formano agli inizi degli anni 80 nella provincia marchigiana, i promotori sono i due fratelli Marino e Sandro Severini,voce e chitarra, e rappresentano la base portante del primo gruppo rock italiano. Il 1984 è l'anno del loro esordio discografico con l'ep "Tribe's Union" autoprodotto e distribuito nel circuito underground, caratterizzato dall'influenza dei Clash e dalle tematiche politico sociali. Nel 1987 esce "Barricada Rumbe Beat" sempre autoprodotto e nell'88 passano ai canali discografici con "Reds", tramite un contratto con la CGD. La trilogia composta da "Le radici e le aliI", "Storie d'Italia" e "Una volta per sempre", viene realizzata tra il 1990 e il 1995. La forza maggiore della band, fin dagli esordi, si esplicita nelle esibizioni live spesso a sostegno di cause civili. Nel 1997 passano alla Wea e pubblicano "Fuori dal controllo". L'album "Controverso" esce nella primavera del 2000. Nel 2004 realizzano "Nel tempo e oltre cantando", in sintonia con il gruppo di musica popolare marchigiano La Macina. "Il seme e la speranza" del 2006, è un progetto concepito grazie alla collaborazione della Regione Marche. Lo spirito dell'album è quello della testimonianza storica delle radici contadine del nostro Paese. I testi scritti da Marino Severini sono poesie, frammenti di vita vissuta, attimi di vita raccontati come fossero romanzi, scritti in punta di penna.

Nato all'inizio dei '60 sul litorale veneziano,
Massimo Priviero vive e cresce a Jesolo. Ascoltando Dylan, Young e Browne, nascono le sue prime canzoni in cerca di quella fusione tra rock e poesia che poi caratterizzeranno sempre la sua produzione. Trasferitosi a Milano e dopo aver firmato per Warner Music, pubblica alla fine del 1988 "San Valentino". Nel 1990 esce "Nessuna Resa Mai", un album magico e di cui la titletrack diventa una sorta di manifesto esistenziale oltreché musicale. Viene pubblicato in numerosi paesi europei e si avvale della prestigiosa produzione di "Little" Steven Van Zandt, leggendario chitarrista e coproduttore dei grandi album di Springsteen. Priviero è anche, in questi anni, l'artista italiano testimonial di "Sos Racisme". Nel 1992 pubblica "Rock in Italia", che esce anche in Giappone, a cui seguiranno nel '94 e nel '98 rispettivamente "Non Mollare" e "Priviero". Il viaggio prosegue in equilibrio tra le due anime dell'artista, quella che definiremo più "rock" e quella più da "storyteller". Nel 2000 seguiranno "Poetika", nel 2003 "Testimone" e nel 2006 "Dolce Resistenza". Un lavoro da segnalare nella sua particolarità sarà nel 2007, "Rock and Poems", dove l'artista ribalta a suo modo grandi classici dei '60-'70: da Dylan a Waits, da Fogerty a Springsteen. Nel 2009 esce l'antologia "Sulla Strada", pubblicata anche in Germania, in Austria e in Svizzera e, infine, nella primavera del 2010 viene pubblicato il primo live ufficiale con dvd allegato intitolato "Rolling Live". L'album, oltre a comparire per alcune settimane nelle classifiche ufficiali di vendita , è contemporaneo all'uscita di un libro/biografia scritto da Matteo Strukul, con prefazione di Massimo Cotto e con due successive ristampe, intitolato: "Nessuna Resa Mai. La strada, il rock e la poesia di Massimo Priviero". Massimo, che tra l'altro è laureato in Storia Contemporanea , ha poi recentemente messo in scena lo spettacolo teatrale di musica e teatro civile, realizzato insieme allo scrittore Roberto Curatolo, intitolato "Dall'Adige al Don. Viaggio nella memoria". Numerosi, in tutti questi anni sono stati i tour ed anche i riconoscimenti di certa critica musicale e non solo, tuttavia mai cercati o inseguiti da un artista che seguita dopo tanto tempo a definirsi "un solitario menestrello di strada". 
 

18 marzo 2011

33 anni sulla strada ...la memoria della strada.

untitledOgni anno ricordiamo Fausto e Iaio, cercando di mantenere vivo non solo il ricordo ma anche i loro valori, gli ideali di giovani impegnati per un mondo migliore. Oggi il nostro impegno è necessario per contrastare i tentativi di riscrivere la storia, la Costituzione.
La memoria di Fausto e Iaio è memoria antifascista. Ma la memoria di ieri impone di parlare del presente in una città che vede le destre di governo proteggere e sostenere i gruppi neofascisti, erogando loro finanziamenti pubblici per aprire nuove sedi in cui si omaggiano criminali nazisti, che militarizza i territori e vorrebbe chiudere i pochi spazi di socialità ancora esistenti. Milano è la città che ha visto sette anni fa tre fascisti assassinare Dax e in cui solo tre anni fa un ragazzo di 19 anni, Abba Abdoul Guibre, veniva ucciso a sprangate per strada.
L'amministrazione Moratti nasconde e non risolve le problematiche della convivenza civile, democratica e sceglie come unica soluzione, peraltro dispendiosa e inutile nonché dannosa, quella di mandare via dalle strade rom, prostitute, senzatetto, cioè togliere alla vista ciò che è scomodo.
Sulla strada è meglio ....la memoria della strada.
PRESIDIO IN VIA MANCINELLI DALLE ORE 17 E DALLE ORE 19:
Danila Tinelli, madre di Fausto,
Rosa Piro, madre di Davide Dax,
Adriana Maestrelli, madre antifascista,
Daniele Biacchessi, Kerouac e Gaetano Liguori,
Canto di vita e di strada con Alessio Lega, Marco Rovelli, Paolo Ciarchi,
Giuliano Giuliani, nel decennale dei fatti di Genova 2001 e di Carlo,
I bambini che non hanno paura della strada,
I familiari della strage di Brescia,
L'Ambulatorio popolare di via dei Transiti,
Associazione Gnu sound in concerto.
(quest'anno ci teniamo in particolar modo ad ospitare le band emergenti, che non trovano certo le braccia aperte in questa lugubre Milano)

Sulla strada è meglio.....
A partire dalla primavera in poi regaleremo ai bambini, alla citta' un gioco di strada. Il gioco del mondo, del mondo che vorremmo.
Il progetto, consiste nel disegnare la campana, il gioco del mondonelle aree pedonali davanti alle scuole della zona Lambrate, città studi. Con i bambini e i genitori e chiunque ha voglia di giocare.
Ma la realtà quotidiana di persone, di cittadini che dimostrano di avere senso civico, che convivono nei luoghi di lavoro, nelle scuole, contraddice e smonta l' eterna campagna elettorale sulla paura, sul nemico; dobbiamo avere paura della superficialità dell'ottundimento, del razzismo che ci portano a chiudere le nostre porte.
Sappiamo che Fausto e Iaio sono nel cuore di tantissime persone e questo ci da la forza di non arrenderci, perché ci possa essere un futuro migliore per tutti, proprio come essi volevano.
Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio
(In caso di pioggia , ci trasferiamo nell'auditorium del parco Trotter, ingresso via A. Mosso 7)
 

111IL GIOCO DEL MONDO, UN ALTRO MONDO E' POSSIBILE,ORA!
Noi abbiamo vissuto nei cortili delle case, nelle strade, nei giardini, sulla strada, questi erano i nostri luoghi di gioco, di scambio, di socializzazione, di crescita, di vita in comune.
Per noi la strada è stato anche un luogo di intervento politico, con la gente e per la gente, con il senso di appartenenza ad un quartiere, ad una città, ad un mondo per socializzare, per condividere la realtà quotidiana fatto anche di sogni, di ideali, di impegno civile e politico.
Per voi oggi la strada, i cortili delle case, i giardinetti non sono più luoghi dincontro, di giochi fatti di niente con tanti bambini che assieme si divertono, litigano, si riappacificano.
Oggi avete paura della strada perché insicura, perché sporca, perché l'inquinamento vi fa tossire, si cammina frettolosamente, ci si urta ma non ci si scusa, non si guarda chi cammina accanto a noi, mai un sorriso neppure tra i bimbi, ci si rinchiude nelle nostre case anche se fuori c'è il sole.
Noi due dovremmo odiare la strada che porta ancora il riverbero del nostro sangue dopo che uno sparo omicida ha stroncato la nostra giovinezza. No, non odiamo la strada perché insieme abbiamo percorso le strade del nostro quartiere con tanti altri ragazzi che come noi si impegnavano perché l'eguaglianza, la pace, la dignità non rimanessero parole senza significato.
Oggi vi chiediamo di trasformare le strade del nostro quartiere come le avevamo lasciate noi con tanti bambini che giocano, tante persone che si incontrano, si sorridono, parlano, socializzano perché ritorni a Milano anche la nostra primavera stroncata da un colpo di pistola fascista.
Fausto e Iaio
 

16 marzo 2011

16 MARZO 2003 - 16 MARZO 2011: otto anni senza te, otto anni con te

dax_2011_previewSono passati otto anni dalla notte nera di Milano: l'omicidio fascista di Dax e i pestaggi di polizia e carabinieri all'ospedale San Paolo. Ne sono passati dieci dall'omicidio di Stato di Carlo Giuliani e dalla mattanza del G8 genovese. Si muore per i coltelli e le botte dei fascisti e razzisti, si muore per la brutalità dello Stato in strada, in caserma e in carcere. Istituzioni repressive, polizia, carabinieri e guardie carcerarie uccidono, coperti da menzogne e depistaggi.
Continuiamo a ricordare Davide, insieme a Carlo e a tutti gli amici, i compagni e i fratelli uccisi da razzisti, fascisti o dallo Stato, in Italia come in Europa.


Con il sangue agli occhi e la rabbia nel cuore.
Dax odia ancora

 


1188987727_f%20copy-thumbDomenica 13 Marzo ore 15
incontro pubblico "Polizia dapperttutto. Giustizia da nessuna parte"
presso il Centro Sociale Barrios(via Barona ang. via Boffalora ), con:
- Patrizia (madre di Federico Aldrovandi)

- presentazione del film"E' Stato morto un ragazzo"di Filippo Vendemmiati,
– i familiari di Dennis Jäckstedt ,un ragazzo tedesco ucciso a sangue freddo da un agente di polizia vicino a Berlino
- Ass. culturale antifascista Dax16Marzo2003


Mercoledì 16 Marzo ore 20.30
ricordo di Dax in via Brioschi:
- reading teatrale (sui 10 anni dalle manifestazioni contro il G8 di Genova del 2001 e dall'omicidio di Carlo Giuliani) della compagnia "C.T.A.S. Reloaded" di Milano
- presentazione nuovo video “Viva Dax libero e ribelle”
- interventi dell'ass.antifascista Dax 16Marzo2003, del coordinamento Memoria Antifascista e di Haidi Giuliani.


Giovedì 17 Marzo ore 22
csa BaraondaVia Pacinotti 13, a Segrate (MI),
concerto con

Assalti Frontali,
Signor K,
Acero Moretti
per non dimenticare


Sabato 19 Marzo ore 23
ZamVia Olgiati, 12 Milano
Sound system ska

Quattro Assi
Trash Milano

 
Per tutte le iniziative 2011 in ricordo di Dax ----> INIZIATIVE 
 

11 dicembre 2010

Per non dimenticare niente e nessuno!


Un corteo per ricordare la matrice fascista e di stato della strage di piazza Fontana, la morte di Giuseppe Pinelli, denunciare i pericoli attuali del neofascismo





La strage di piazza Fontana, con la morte di 17 persone inermi e il ferimento di quasi un centinaio, fu provocata da una bomba collocata dal gruppo fascista di Ordine nuovo all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura, con la copertura di apparati dello Stato. L’intento era di creare nel Paese un clima di terrore per bloccare, attraverso la repressione poliziesca e il restringimento delle libertà democratiche, le lotte operaie e studentesche che stavano scuotendo dalle fondamenta la società.
A sancire questa verità le ultime sentenze degli stessi tribunali che hanno riaffermato la matrice dell’attentato, nonché le responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura, due degli stragisti fascisti.
Ribadirlo significa testimoniare quella verità che si vorrebbe oggi oscurare in nome di una generica condanna al terrorismo. Con essa nascondere anche le tragiche circostanze della morte di Giuseppe Pinelli, la diciottesima vittima innocente di piazza Fontana, che precipitò da una finestra del quarto piano della Questura milanese, non certo per un “malore attivo”, quando si cercava di attribuire a Pietro Valpreda, agli anarchici e alle sinistre la responsabilità di quanto accaduto.
Ma la memoria di ieri impone di parlare del presente in una città che vede le destre di governo proteggere e sostenere i gruppi neofascisti, erogando loro finanziamenti pubblici per aprire nuove sedi in cui si omaggiano criminali nazisti, al punto che Milano si sta trasformando nella capitale per gli incontri e i raduni dell’estrema destra a livello europeo. Milano che militarizza i territori e vorrebbe chiudere i pochi spazi di socialità ancora esistenti, che finisce sulle prime pagine della stampa mondiale per la sua intolleranza nei confronti dei rom, dei migranti e le violenze nei confronti della comunità gay. Milano, la città che ha visto sette anni fa tre fascisti assassinare Dax e in cui solo due anni fa un ragazzo di 19 anni, “Abba”Abdoul Guibre, veniva, per razzismo, ucciso a sprangate per strada.



 



Per non dimenticare niente e nessuno!



Per ribadire che la strage fascista di piazza Fontana è una strage di stato!



Per esigere la chiusura delle sedi fasciste in città



 



Sabato 11 Dicembre



ore 15



Corteo da Porta Venezia a piazza Fontana



 



MEMORIA ANTIFASCISTA
Coordinamento di associazioni




PARTIGIANI IN OGNI QUARTIERE



30 giugno 2010

LA RIVOLTA DEI RAGAZZI IN MAGLIETTA A STRISCE


1960-Genovada www.carmillaonline.com
Sono passati esattamente cinquant'anni dalla rivolta dei ragazzi in maglietta a strisce scesi piazza a Genova per impedire un congresso di neofascisti. Un convegno voluto anche dall'allora governo del democristiano Tambroni, che da pochi mesi era diventato presidente del Consiglio grazie ai 14 voti dei parlamentari dell'Msi. La determinazione dei manifestanti fecero fallire quel tentativo di sdoganare, per la prima volta dal dopoguerra, gli eredi del tragico ventennio. Quel convegno fu infatti annullato. Nell'estate del 1960 ci fu un terremoto, di quelli imprevisti, violento e allo stesso tempo liberatorio. In prima fila negli scontri di piazza, da Genova a Catania, da Reggio Emilia a Palermo, da Roma a Bologna, c'erano giovani sui vent'anni, operai figli di operai che pagarono cara la loro voglia di farsi sentire. La pagarono con il sangue. In undici rimasero sull'asfalto, crivellati dalle sventagliate dei mitra e dai colpi di pistola. Altre centinaia finirono in ospedale o sul banco degli imputati come pericolosi sovversivi e condannati a scontare anni di carcere. Sapevano di rischiare grosso eppure scesero in piazza convinti che andasse fatto, che quello era il loro dovere, l'unico modo per dire no al ripetersi della storia. Per questo motivo i ragazzi con le magliette a strisce rimasero impresse nel mio cervello appena ne venni a conoscenza.



Sentii parlare di loro, per la prima volta in vita mia, quando indossavo con orgoglio la mia nera corazza punk. Fu il libraio Primo Moroni che mi spiegò bene cosa accadde il 30 giugno 1960 a Genova. “Andammo sulle barricate a fare a cazzotti con i celerini e carabinieri che difendevano i fascisti. Eravamo tutti giovani, generosi e intransigenti, portavamo i jeans, avevamo il mito dell'America e siccome i soldi in tasca erano pochi ci vestimmo con delle magliette comprate per trecento lire nei grandi magazzini. Non ci interessava una vita passata solo lavorando, preferivano guadagnare meno ma avere più tempo libero, però quando ci fu da protestare non ci tirammo certo indietro.” Era uno dei suoi strepitosi racconti orali che per noi ventenni di allora rappresentava una specie di rappresentazione cinematografica a dir poco epica, con i moti dei movimenti operai come protagonisti. C'era stato anche lui a Genova quando aveva 24 anni e partecipò agli scontri in prima fila dopo aver mal interpretato una telefonata del responsabile del servizio d'ordine di una sezione della Fgci milanese alla quale era iscritto. Inutile dire che per noi punk, che consideravamo i nostri vestiti come uno dei pochi strumenti per esprimere rabbia e ribellione, quelle magliette a strisce furono una precisa indicazione sui nostri futuri doveri. D'altronde, come tentò sempre di sottolinearci Primo, non avevamo inventato proprio niente. Già il grande poster incorniciato che il libraio teneva alla sue spalle ci consigliava di guardare un po' oltre la nostra divisa. Era infatti una foto d'epoca che ritraeva la Banda Bonnot, anarchici francesi nonché rapinatori di banca che vestivano in nero come noi, che vivevano in una comune ed erano vegetariani come noi. (Ai quei tempi noi punk stavamo tutti al Virus di via Correggio). A Milano poi c'erano stati i giubbotti di pelle della Volante Rossa, i capelloni beat che inneggiavano al libero amore, gli studenti con l'eskimo e infine i trench bianchi della famosa banda Bellini...



7luglio60-1Le magliette a strisce orizzontali bianche e blu o bianche e rosse furono un segno distintivo che riunì i giovani contro il ritorno del fascismo, in una lotta fino all'ultimo sangue come quello dei Morti di Reggio Emilia, (7 luglio 1960), immortalati nella celebre canzone di Fausto Amodei.
Cosa portò alcuni ragazzi a scegliere un indumento come simbolo di una rivolta contro l'autorità costituita? Cosa li mosse? Non erano bandiere rosse quelle che sventolavano, erano semplici magliette comprate al discount. Ma soprattutto perché dopo il 1960 non ci fu più niente di così dirompente nel rapporto tra i simboli della rivolta e l'impegno politico?
Dopo tanti anni si potrebbe anche affermare che noi non siamo stati capaci di tramandare l'importanza dell'adottare nuovi simboli in grado di rappresentare un'opposizione intransigente alle attuali derive totalitarie. Resta il fatto che i ragazzi con le magliette a strisce non furono mai così irrimediabilmente ostacolati dai loro rappresentanti istituzionali come invece capitò alla mia generazione. Per farvi un esempio vi vorrei riportare le parole che l'allora deputato del Psi Sandro Pertini, pronunciò a Genova il 28 giugno 1960. Sarà ricordato come “u brighettu”, il fiammifero, a significare che accese la fiamma della sollevazione popolare. Sandro Pertini arrivò attraversò Piazza della Vittoria a Genova strinse la mano ai vecchi compagni partigiani e salì sul palco accolto dall'ovazione di trentamila antifascisti. “Le autorità romane sono impegnate a trovare quelli che ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazione di antifascismo” gridò con tutto il fiato che aveva in gola. “Non c'è bisogno che s'affannino. Lo dirò io chi sono i nostri sobillatori. Eccoli qui: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell'Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della Casa dello studente, che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime e delle risate sadiche dei torturatori.” Gli applausi lo interruppero per diversi minuti. Poi Pertinì continuò. “Io nego che i missini abbiano il diritto di tenere a Genova il loro congresso. Ogni iniziativa. ogni atto, ogni manifestazione di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo. Si tratta, del resto, di un congresso qui convocato, non per discutere ma per provocare e contrapporre un passato vergognoso ai valori politici e morali della Resistenza” Pertini chiese a tutti di scendere in piazza per tutelare la libertà conquistata con il sacrificio di migliaia di innocenti. “Oggi i fascisti la fanno da padroni, sono di nuovo al governo, giungono addirittura a qualificare come un delitto l'esecuzione di Mussolini. Ebbene, io mi vanto di aver ordinato la fucilazione di Mussolini, perché io e gli altri membri del CLN non abbiamo fatto altro che firmare una condanna a morte, pronunciata dal popolo italiano vent'anni prima.” Pertini comunque non fu il solo a stare a fianco dei ragazzi in rivolta, lo dimostra il fatto che al processo sui fatti di Genova e quelli siciliani o di Reggio Emilia, gli imputati per gli scontri furono difesi dai migliori avvocati dell'apparato del Pci, tra cui Umberto Terracini che aveva redatto la Costituzione e il capo partigiano Giovanbattista Lazagna. Inoltre i vertici del partito togliattiano cominciarono una seria autocritica interna per capire lo scollamento tra il movimento spontaneo e la strategia del Pci. “Non bisogna perdere il contatto con le masse entrate in lotta” dicevano. Le testimonianze che dimostrano tutta la lacerazione di quel dibattito sono riportate da molti libri. Il primo è uscito da qualche settimana e s'intitola Al tempo di Tambroni di Annibale Paloscia per Mursia, poi c'è lo stupendo romanzo del 2008, L'estate delle magliette a strisce di Diego Colombo per Sedizioni e infine un capitolo del breviario di racconti orali di Cesare Bermani, Il nemico interno per Odradek, dove potete trovare le ragioni della telefonata mal interpretata da Primo Moroni. Vedere i dirigenti del Pci barcamenarsi tra i Teddy boy e le magliette a strisce presumibilmente usate da personaggi trasgressivi come Picasso e Brigitte Bardot, fa oggi morire dal ridere. Emilio Sereni s'interrogava sulla “gioventù sotto una direzione che non è la nostra.” E in effetti le iscrizioni alla Fgci erano in calo mostruoso (365 mila nel '56, 229 mila nel 1960). C'era chi accusava i giovani di aver subito una “deteriore influenza dal clericalismo e dall'americanismo” e chi invece sosteneva il dialogo, certamente non fu facile per tutti loro controbattere alle tesi dello scrittore Carlo Levi apparse sul settimanale “ABC”. “Spingere con la forza e non tacere. Dovete usare la vostra forza per sovvertire, protestare. Fatelo voi che siete giovani.” diceva Levi e quindi, rivolto ai dirigenti del Pci notava. “Questi fatti impongono a tutti un esame approfondito, e l'elaborazione, o la modificazione di programmi e di metodi: lo studio preciso di fini concreti, nati dalla coscienza popolare. La fiducia, rinata attraverso l'azione, è un bene prezioso che non può essere deluso e dissipato”. Su quelle magliette a strisce, e in senso più ampio sulla passione per i modelli trasgressivi dell'american way of life trasmessi dai film come The Wild one o con le scosse del Rock 'n' Roll, nessuno dei dirigenti comunisti o socialisti riuscì mai a capirci qualcosa. Eppure non erano in pochi quelli che avevano compreso quanto quei modelli erano sedimentati tra i giovani e quanti immaginari di società diverse e vissuti generazionali affascinanti avessero sprigionato.
Negli ultimi 50 anni i partiti che avrebbe dovuto rappresentare i diritti dei lavoratori e delle fasce più deboli della società si sono trasferiti piano piano dall'altra parte della barricata, ormai è palese. Durante gli anni Settanta furono impegnati a spegnere ogni fuoco possibile che nasceva spontaneo tra le masse diseredate, ripiegando sulla criminalizzazione dei sobillatori, come a dire: “Se non ci fossero gli estremisti di sinistra, il mondo sarebbe perfetto.” Poi, dopo essersi battuti soprattutto per dimostrare di essere all'altezza della modernità, di essere persone raffinate e di buone maniere e amici del business globale, hanno raggiunto l'apice nel dopo G8 2001, (ancora una volta a Genova), con la deleteria questione della nonviolenza. E lì è crollata la maschera.
È vero che da parte nostra, e intendo ragionare sui quei pochi punk e autonomi che restarono a galla durante gli anni del riflusso, non ci fu la capacità di smontare i meccanismi di cancrena sociale che si svilupparono attorno alle nostre roccaforti liberate. Forse non capimmo bene ciò che si nascondeva dietro la gelateria dei gusti colorati e degli stili di vita che stava prendendo piede nelle nuove generazioni. Non capimmo neanche la danza degli spettri dei rave nel limbo fluorescente di una bolla destinata prima o poi a scoppiare, senz'altro fummo travolti dal bling bling degli anni '00 con il luccicare delle fibbie dolcegabbana a simboleggiare la resa definitiva del nostro futuro. Non sta a me provare a fare analisi, sono solo un grande appassionato delle magliette a strisce e di tutte le creature simili che si sono susseguite nel corso del tempo. Però di una cosa ne sono sicuro, noi fummo contrastati in primo luogo da ciò che rimaneva dell'apparato dell'ex partito comunista italiano teso nella sempre più spasmodica ricerca di un paese normale...
Purtroppo oggi l'orologio della storia è ritornato brutalmente indietro e i fascisti non solo sono stati ampiamente sdoganati, ma hanno addirittura riconquistato il potere e l'egemonia culturale. Ora che l'insolente corruzione dei politicanti e la tracotanza padronale hanno dilagato, sono ancora pochi coloro disposti a non naufragare di fronte alla paura nei confronti della passione per la libertà e l'uguaglianza. E noi continuiamo a essere orfani di quelle magliette strisce, che oltre a difendere i diritti già acquisiti, riuscirono a rilanciare sul futuro per conquistarne nuovi.



Per sua stessa natura la giovinezza è stata da sempre incaricata di rappresentare il futuro: la perenne caratterizzazione mediatica dell'adolescente come genio o mostro continua a veicolare le speranze e le paure degli adulti su quanto accadrà in futuro. Ignorare chi spicca come precursore a favore di chi resta fedele allo status quo significa rifiutare l'impegno preso con il futuro, se non addirittura equivocare la natura stessa della giovinezza. Io vado fiero del mio romanticismo in materia, quanto meno perché spero in un mondo migliore.



Jon Savage
L'invenzione dei giovani



Valerio MarchiIntervento dedicato a Valerio Marchi, storico, skinhead, ultrà della Roma, studioso del conflitto e fratello dei ragazzi di strada, che verrà ricordato in questi giorni nel suo quartiere San Lorenzo di Roma.

28 giugno 2010

RAFANIELLO! ROSSO FUORI BIANCO DENTRO


Da http://www.militant-blog.org



Nei giorni scorsi abbiamo letto una piccola polemica, che in un certo senso potrebbe anche non interessarci: alcuni giovani del Pd hanno scritto una lettera a Bersani chiedendo di smettere di usare il termine “compagni”. Non ci sorprende, semmai ci sorprendiamo che qualcuno abbia ancora il coraggio di definire “compagni” i giovani del Pd. Riteniamo, però, che le loro parole siano un segno dei tempi: se c’è qualcosa di peggiore e più pericoloso del revisionismo di destra, è il revisionismo che si presenta come di “sinistra”.
Da coloro che si presentano come di “sinistra” nascono mostri: Pansa docet.

partito-democratico1dal blog dello storico Angelo D’Orsi

Abbiamo letto e ascoltato la notizia piccina piccina, ma di quelle che fanno discutere – come suol dirsi: cinque “giovani dirigenti” del Pd hanno indirizzato una perentoria richiesta al segretario del partito, Pier Luigi Bersani, esprimendo un forte “disagio”. Ohibò! E perché mai? Perché il partito non fa abbastanza sul serio l’opposizione al regime del Cavaliere? Perché ha avallato iniziative pericolose dell’avversario? Perché si piega troppo sovente ai dettami del Vaticano? Perché neppure in politica estera sa far sentire autorevolmente una voce diversa da quella dell’abbronzato e inerte Frattini? Macché. Il disagio di questi giovani – che un giorno, sta’ a vedere, diverranno leaders nazionali – nasce da “parole e comportamenti che guardano in maniera ingiustificatamente romantica al passato”.
E che vorrà dire? – si chiederanno i miei lettori. Difficile da decifrare, in effetti; ma se si va alla cronaca delle ultime ore si scopre l’arcano: nella riunione del partito tenuta a Roma il 20 giugno sui temi della risposta alla crisi economica, un attore, Fabrizio Gifuni, ha tenuto un (ahilui, applaudito) intervento esordendo con (ahilui doppio, applauditissimo) “compagne e compagni”. Non l’avesse mai fatto. Non solamente i giovanetti che dichiarano di avere l’età del Pd (sono da invidiare, per un verso, da compatire, per un altro), ma alcuni dirigenti dell’area cattolica, sono insorti. Che linguaggio datato! Che mancanza di rispetto per le diverse “sensibilità” presenti nel partito! Che inutile romanticismo! Che grottesca nostalgia di un passato che non può e non deve tornare! Nostalgia: è questa la parola che è stata usata, con una chiosa che si spinge fino ad adombrare l’ipotesi del fallimento: “nostalgia” – scrivono i giovani “democratici” – “che acceca la nostra prospettiva del partito e del paese”.
Insomma, siamo a questo. Chi faccia una capatina sul sito web de “l’Unità” potrà constatare come il dibattito sia scattato immediatamente. E scoprire che accanto a coloro ai quali la parola “compagno” fa venire una crisi di orticaria, molti altri sono venuti allo scoperto protestando, con argomenti storici, lessicali, etici, politici. Quanti bollano l’appellativo “compagno” (e derivati, femminile e plurale) come politicamente improponibile, sono i più recenti zelatori del “nuovo”.
Il nuovo che dovrebbe fare piazza pulita di tutto ciò che la memoria e la storia ci consegnano: dai simboli ai nomi, dalle tradizioni politiche a quelle culturali, dai testi di Marx a quelli di Gramsci. Che, infatti, si esitò a inserire nel “gotha” del Pd alla sua fondazione, e che, mentre è oggi l’autore italiano più studiato nel mondo, viene perlopiù ignorato non soltanto dai “giovani” ma dalla stessa leadership: come non ricordare Veltroni quando, festeggiando il cinquantenario della Fondazione Gramsci, nel 2000, ebbe a sentenziare: “Gramsci non ci appartiene più. Siamo oltre. Non siamo più a metà del guado!”?
Ecco, ora la traversata del deserto del fu-comunismo è finita. E mentre davvero nei paesi dell’Est europeo, devastati dal “nuovismo” dell’ultracapitalismo, emergono nostalgie di un mondo senza libertà, ma con molte garanzie sociali, qui da noi, non si è contenti della collezione di sconfitte politiche che dalla “Bolognina” in avanti il PCI, rinnegatore di se stesso, ha inanellato, privo di una linea e di una autentica leadership, oscillante ad ogni stormir di fronde, imitatore del partito di plastica berlusconiano.
Da noi, baldanzosamente, si vuole “andare avanti”: su quale strada? Non si sa. L’importante, a quanto pare, è “innovare”. E bruciare i vascelli alle proprie spalle, cancellando la storia di un movimento, quello comunista italiano, che non può essere chiamato a condividere, sic et simpliciter, i crimini di quello staliniano, come i suoi stessi attuali dirigenti, si sono precipitati a fare, inseguendo o addirittura precedendo l’avversario, ammettendo implicitamente e talora esplicitamente le proprie “colpe”. Assolute e irredimibili, nel loro giudizio; a meno che si cambiassero nomi, simboli, e, appunto, persino il lessico politico.
Ma se colpe ci sono state, allora, è grottesco pensare che cambiando la forma si cancelli la sostanza; e se non ci sono (soltanto) colpe, dunque, perché gettare alle ortiche una tradizione nobilissima? Perché disconoscere il ruolo fondamentale di lotta al fascismo, di costruzione della Repubblica – fin dalla sua carta costituzionale, i cui lavori furono presieduti da un comunista integerrimo e “duro” come Umberto Terracini –, di difesa della legalità e della democrazia contro le trame golpiste e gli attacchi terroristici? Contro i tentativi di forzature costituzionali, condotti a più riprese, per esempio, da quella DC di cui ora l’area cattolica nel Pd si proclama erede…
Non si può che provare sconforto davanti alle proteste dei giovani del Partito Democratico: i quali, a quanto pare, nulla sanno e nulla vogliono sapere di quel passato. Loro sono “post”. Noi che siamo “pre”, ci permettiamo di offrire un consiglio: studino. Si mettano sui libri. Cerchino i documenti. Vadano negli archivi. O almeno nelle biblioteche. Troveranno di che appagare le loro curiosità, se ne hanno, di che nutrire la loro ingenua ignoranza, di che colmare lacune di cui hanno solo in parte la responsabilità. E li invitiamo innanzi tutto a fare una pur sommaria ricerca sul termine incriminato: “compagno”.
La sua etimologia, i suoi tanti impieghi linguistici, la sua “romantica” bellezza: compagno vale assai più, semanticamente, di amico, su un certo piano; o di marito (o moglie), su un altro. Compagno è la persona con cui compartisci beni, materiali e spirituali. Compagno è colui (o colei) con cui dividi il pane; ma, aggiungo, pure le rose, spesso. Compagno è chi tu percepisci accanto anche quando è lontano e irraggiungibile. Compagno è chi è in stato di empatia con te: sente, soffre, gioisce degli stessi avvenimenti, pur se si trova a migliaia di chilometri di distanza dal luogo in cui tu sei. Compagno è alleato, amico, sodale: tuo concittadino, tuo familiare, tuo convivente: nelle idee, nei sentimenti, negli ideali; o nella pratica quotidiana. Compagni, prima ancora di dichiararsi, ci si avverte reciprocamente, ci si riconosce, come nell’innamoramento.
Se un altro percepisce nei tuoi stessi termini un’ingiustizia, commessa su altri, una situazione di disuguaglianza, di sfruttamento, di oppressione: ecco un compagno. Così era. Così sarà, finché v’è chi crederà nei valori – questi “sacri” davvero – della triade Liberté Egalité Fraternité. Per crederci non è necessario essere “comunisti”, come non lo erano i rivoluzionari del 1789. Se quei giovani contestatari non lo sentono, mi dispiace per loro. Non per questo noi rinunceremo a servirci di quella parola, che, evidentemente, a loro non si addice. E che essi non meritano.

Angelo d’Orsi

 
allora tu sì nù...Rafaniello,
Rosso fuori, bianco dentro

7 giugno 2010

99 posse - ANTIFA

996


ANTIFA ALZA LE MANI SIAMO NOI
ANTIFA NON TI NASCONDERE SE SEI
ANTIFA SIAMO UN ESERCITO RIBELLE
ANTIFA CHE COMBATTE PER LA SUA PELLE
ANTIFA ALZA LE MANI SIAMO NOI
ANTIFA NOI PROMUOVIAMO CONVIVENZA
ANTIFA CONTRO RAZZISMO E PREPOTENZA
ANTIFA LEVATE 'A MIEZO SE NON SEI



ANTIFA


19 febbraio 2010

ALL REDS FRAMES


 
Mostra fotografica sulla prima squadra di rugby partigiana
 ANPI-AllRedsGiocano con il logo dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia sul braccio per coniugare lo sport con l’impegno civico, recuperare il valore sociale del gioco e dimostrare che il rugby non è un’attività per’uomini duri’.
Sono i ragazzi e le ragazze della All Reds Rugby Roma, squadra romana di serie C, che hanno fondato il circolo dell’associazione dei partigiani, "Renato Biagetti", dedicato al ragazzo di 26 anni ucciso a Roma nel 2006 da un gruppo di fascisti.
 
Dal 2006, infatti, l’Anpi ha aperto le adesioni a chiunque riconosca nella Resistenza valori da tutelare e trasmettere alle nuove generazioni.
Più di mille cittadini democratici hanno dato vita a 26 circoli a Roma e 14 nella provincia.
 
Alla squadra maschile degli All Reds è dedicata la mostra fotografica che si svolgerà domenica 21 febbraio alle ore 18 presso la Casa del Popolo Trionfale, piazzale degli Eroi 9.
 
La mostra è stata promossa dai circoli Anpi di Roma "Martiri de La Storta" e "Renato Biagetti".
Saranno presenti la squadra di rugby e il segretario dell’Anpi di Roma, Ernesto Nassi. Fotografie di Silvia Pettini, art director Luca Attenni.
Ingresso libero con aperitivo, buffet e dibattito.

20 febbraio 2009

brigata All Reds

ANPI-AllReds


Forza All Reds Rugby


puoi volare perchè


tutta la tua brigata


impazzisce per te.


 Forza All Reds Rugby



allreds72