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26 febbraio 2016

Nome di battaglia: CARLOS


 
Tratto da: http://www.ilbuio.org/

Il venezuelano Ramirez ebbe tre figli.
Il primo, lo chiamò Vladimir; il secondo Ilich, il terzo Lenin.
La qual scelta onomastica vi offre un’idea che più chiara non si può di come la pensasse politicamente.
Dei tre, oggi ci occupiamo solo del secondo, cioè di Ilich.
Ilich ha studiato a Mosca, all’Istituto per l’amicizia fra i popoli. All’epoca, infatti, c’era ancòra un istituto che, com’è esplicitato nella sua stessa denominazione, si ispirava ai valori, poi dissoltisi nei fumi dell’alcol ingurgitato a fiumi dal servo della CIA e noto etilista-antileninista Eltsin, dell’Internazionalismo proletario.
Ilich aveva peraltro rifiutato una borsa di studio alla Sorbona. Perché voleva vivere e studiare nella Patria del proletariato al potere, della Rivoluzione d’ottobre. Ilich, infatti, al pari di altri giovani della sua generazione e della sua epoca, voleva “salvare il mondo”. Per questo, aveva deciso di schierarsi a fianco degli oppressi, dovunque essi si trovassero.
I più oppressi, in quegli anni, erano i Palestinesi. La cui causa attirava gli idealisti ed i Rivoluzionari di ogni parte del mondo. Così, scelse di militare nei campi dei rifugiati palestinesi, a fianco dei combattenti giapponesi dell’Armata Rossa e di quelli tedeschi della RAF. E della guerrigliera Leila Khaled, che diverrà ben presto un simbolo per i combattenti rivoluzionari dell’epoca. Anche perché era la dimostrazione concreta che non necessariamente la bellezza fisica si accompagna, come nel caso dell’attuale ministro Maria Elena Boschi, alla stupidità personale più insulsa e vuota.
Rivoluzionario di professione, compagno ideale di lotta del Che Guevara, Ilich ha combattuto nelle fila del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), contro gli invasori sionisti; ha assaltato banche e, a Vienna, nel 1975, ha preso in ostaggio undici ministri dei Paesi produttori di petrolio (OPEC). Divenuto ben presto un autentico mito rivoluzionario, prese il nome di battaglia di “Carlos”. A cui, i suoi nemici, aggiunsero quello, denigratorio, di “Sciacallo”, in omaggio all’eroe del romanzo di Forsyth “I giorni dello Sciacallo”.
Mentre però  lo Sciacallo di Forsyth combatteva solo e soltanto per denaro, Carlos lottava per la libertà dei popoli oppressi e per la Rivoluzione comunista. Da internazionalista coerente.
Non era mai stato e non era un agente del KGB, come si ostinavano a sostenere i suoi detrattori: era invece un partigiano, Un partigiano che aveva scelto la parte in cui militare: quella dell’Unione Sovietica, del Paese di Lenin e di Stalin, della Rivoluzione per tutti e dunque dappertutto.
Dopo il crollo dell’URSS, nel 1991, Carlos si rifugiò in Sudan. Dove, tre anni dopo, venne catturato dai servizi segreti francesi, estradato in Francia, giudicato e condannato all’ergastolo per aver eliminato, al momento dell’arresto, due gendarmi.
Da allora sono trascorsi più di vent’anni. Più della metà dei quali Carlos li ha passati in regime di isolamento totale, una misura detentiva che le autorità francesi hanno preso, su istigazione e per conto degli yankees e dei sionisti, per cercare di condurlo alla pazzia.
Ciò nonostante, Ilich è riuscito a sopravvivere, a vincere anche la sua ennesima battaglia.
Di recente, in un’intervista, ha dichiarato non solo di seguitare, in un momento in cui la corsa al pentimento ed alla diserzione di classe è più affollata di piazza San Pietro in occasione dei comizi pap(p)ali, ad essere “comunista”, di “stimare Putin” e di ritenere che “sia una buona cosa” il fatto che “sia al potere”, “perché il mondo ha bisogno di una Russia forte, di una Terza Roma slava, sulla base dell’ortodossia e del comunismo”.
Oggi Carlos langue ancòra nelle galere francesi, da dove, raccontano le (poche) cronache a lui dedicate, “guarda con speranza a Mosca”.
E dove non  rinuncia ad augurarsi che seguitino ad esserci compagni che si ricordano di lui.
Noi, per quel poco che può valere, siamo senz’altro fra quelli. Perché i compagni di ieri e di oggi sono compagni per sempre.
Luca Ariano

18 marzo 2015

CHAVEZ ES FUTBOL


CHAVEZ ES FUTBOL (2014) è un libro a distribuzione gratuita pubblicato da Gilberto Carrillo e David Rosas nel quale si raccontano, tra le altre, le storie degli striscioni dedicati al Comandante Chavez dopo la sua morte nelle curve degli stadi di tutto il mondo.

Un capitolo è dedicato all’Italia e gli autori scrivono stupiti dello striscione apparso nella curva nord della Lazio conoscendo la tendenza della curva stessa.

 “Il calcio è il regno della lealtà umana esercitata all’aria aperta”
Antonio Gramsci

5 marzo 2015

Hasta siempre Comandante Chavez

HUGO RAFAEL CHAVEZ FRIAS
Sabaneta, 28 luglio 1954 - Caracas, 05 marzo 2013
 
 
Simón Bolívar, padre della nostra Patria e guida della nostra Rivoluzione, giurò di non dare riposo alle sue braccia, né dare riposo alla sua anima, fino a vedere l'America libera. Noi non daremo riposo alle nostre braccia, né riposo alla nostra anima fino a quando non sarà salva l'umanità »

7 agosto 2014

IL VENEZUELA ACCOGLIERÀ BAMBINI PALESTINESI FERITI O ORFANI



 

Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha annunciato alcuni giorni fa che il suo paese creerà una “Casa di Protezione” per accogliere bambini palestinesi feriti o orfani,  ed ha accennato alla possibilità di cercare famiglie adottive nel suo paese.

Maduro ha segnalato che sta proponendo all’Alleanza Bolivariana per i Popoli d’America (ALBA) meccanismo d’integrazione regionale, la creazione di questo tipo di “Case” che in Venezuela portano il nome del già scomparso presidente  Hugo Chávez (1999-2013).
“Io ho deciso di creare una “Casa d’accoglienza” con il nome di  Hugo Chávez per ospitare bambine e bambini feriti in guerra o quei bambini o bambine che sono rimasti senza  padre e senza madre, orfani, ha detto Maduro durante un comizio del Partito Socialista Unito (PSUV).

“Li porteremo in Venezuela e li accoglieremo con amore e in accordo con lo Stato Palestinese, ad alcuni di questi bambini cercheremo dei genitori venezuelani”, ha aggiunto.
Maduro un difensore della causa della Palestina, con la quale mantiene relazioni  bilaterali al massimo livello, ha reiterato la sua condanna per le azioni militari sioniste in Gaza ed ha insistito che nella Striscia si sta commettendo una guerra di sterminio.

“Non c’è guerra: Israele, riconosciuta dalla ONU è una potenza occupante che sta espellendo i palestinesi del loro territorio storico e sta realizzando azioni di sterminio per conquistare Gaza e impadronirsi della Striscia di Gaza”, ha detto, ed ha ribadito le sue accuse alla cupola di Israele, che sferra una guerra razzista basata su una presunta superiorità di carattere religioso.
“Ripeto un richiamo al popolo ebreo che vive nella nostra terra, che vive nel mondo intero,  che vive in Israele, perché fermino il massacro che sembra uno sterminio”, ha detto, convocando ad una marcia per appoggiare la Palestina.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmud Abás, ha visitato nel mese di maggio scorso il Venezuela in un viaggio che è servito alla creazione di un’impresa mista petrolifera, per il rifornimento di combustibili al territorio palestinese.
Venezuela e Palestina hanno accordi in materia politica, agricola, commerciale, economica, della salute, il turismo e l’educazione.

L’ALBA è formata da  Cuba, Bolivia, Nicaragua, Dominica, Ecuador, San Vicente y las Granadinas, Santa Lucía, Antigua y Barbuda, e Venezuela.

6 maggio 2014

L'AMBASCIATA DEL VENEZUELA RISPONDE A ONOFRIO INTRONA DI SEL SINISTRA E LIBERTA'

La risposta dell'Ambasciata italiana della Repubblica Bolivariana del Venezuela alle farneticanti affermazioni del presidente del consiglio regionale della Puglia ONOFRIO INTRONA, del partito SINISTRA E LIBERTA'
 
 
RISPOSTA DELL’AMBASCIATA ITALIANA DELLA REPUBBLICA BOLIVARIANA DEL VENEZUELA
In riferimento alle affermazioni diffamatorie del Presidente del Consiglio Regionale della Puglia, Onofrio Introna l’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica italiana dichiara quanto segue:
PERCHÉ SI DIFFAMA IL VENEZUELA?
Il diritto di esprimere le nostre opinioni termina dove inizia quello degli altri. Quando si afferma che in Venezuela si mettono in galera le persone senza processo e ai cittadini vengono confiscati i loro beni, si tratta di diffamazione.
A diffamare sono gli italo venezuelani che hanno mentito al Consiglio Regionale della Puglia. Quando l’odio politico e sociale viene trasformato in opinione corrente per affermare che in Venezuela si assassina per ragioni di Stato, si tratta di diffamazione.
Irresponsabile, o per lo meno molto superficiale, è chi fa eco alle denunce false e diffamanti che espongo un Governo e un popolo all’odio.
Perché un funzionario pubblico si presta a divulgare simili falsità con il solo fine di fare opposizione a un Governo?
Perché si reca nocumento alla dignità e alla reputazione di alcuni governanti solo perché non sono quelli che rispondono agli interessi dei diffamatori in questione?
A tal proposito, bisogna chiarire alcune questioni che vengono toccate nell’articolo di cui sopra: Roberto Annese è morto a Maracaibo a causa dell’esplosione di un ordigno artigianale, che gli è scoppiato in mano. L’ordigno misurava 8.9 centimetri di diametro e il suo peso era di 300 grammi.
Sei persone che erano con Annese hanno spostato il suo cadavere alterando la scena dell’incidente con l’intento di depistare le indagini e l’informazione. Dopo aver abbandonato il corpo, le persone implicate si sono date alla fuga. Purtroppo una giovane vita non c’e’ più ma non è stata la pistola di un poliziotto a togliergliela. Solo questo dovrebbe bastare per togliere ogni credibilità ai diffamatori.
Nota: Si allega alla presente il documento ufficiale di denuncia che il governo venezuelano ha presentato a vari organismi internazionali, tra cui UNESCO, FAO ect., relativo alla campagna diffamatoria di un’ala dell’opposizione, oltre ad una raccolta di foto che non sono state divulgate dalla stampa, che dimostrano le azioni violente messe in atto negli ultimi tre mesi nel nostro paese.
Attentamente, 
Embajada de la República Bolivariana de Venezuela
en la República Italiana
Via N. Tartaglia, 11
00197 – Roma
Tel: +39 06 807 9797
Fax: +39 06 808 4410

11 aprile 2014

11 Aprile 2002 - 11 Aprile 2014 Un film già visto.


 
12 anni dal colpo di stato del 11 aprile 2002:
la storia si ripete in Venezuela con gli stessi attori.

E con lo stesso finale……………

17 dicembre 2013

Simon Bolivar - " El Libertador"

 
Il 17 dicembre 1830 muore a Santa Marta in Colombia,
 
Simon Bolivar,
 
" El Libertador "
 
l'eroe più amato dell'intero continente sud americano.
 
America Latina libre - Ska P
 

11 aprile 2013

Venezuela 11 Aprile 2002 - El dia de el golpe mediatico


 
L'11 Aprile 2002, Pedro Francisco Cardamona prese parte, insieme ad un considerabile numero di generali e civili al golpe di Stato anche conosciuto popolarmente appunto come “ el carmonazo”, ai danni del governo democraticamente eletto di Hugo Chávez, l' 11 Aprile del 2002.
Il giorno seguente assunse l’incarico di “Presidente della Repubblica” dopo aver autoproclamato un “governo di transazione democratica e di unità nazionale”.
Di fatto però questo governo, figlio di un colpo di Stato, risultava completamente illegittimo data la mai avvenuta rinuncia dell’incarico da parte di Chávez, rapito ed in mano ai golpisti. Carmona con il suo primo decreto sciolse il Parlamento eletto, destituì tutti gli altri poteri, dichiarò l’abbandono dell’OPEP da parte del Venezuela, ripristinò la vecchia costituzione abbandonando quella del 1999 votata dal popolo, e cambiò il nome della Repubblica Venezuelana cancellandone la parola “Bolivariana”. Tra le prime decisioni di questo governo golpista anche la rinuncia al patto di cooperazione che legava il Venezuela a Cuba. Immediatamente gli USA si affrettarono a riconoscere il nuovo governo, seguiti a breve intervallo dalla Spagna di Aznar, dove il quotidiano El Pais, legato tramite il gruppo “Prinsa” ad alcuni media venezuelani, giustificò il colpo di Stato.
In seguito si scoprì anche l’appoggio al golpe e quindi al nuovo governo Carmona anche dell’ Inghilterra di Tony Blair e dell' Israele di Ariel Sharon. I media Venezuelani ebbero anch’essi un ruolo determinante sia nell'organizzazione che nell'esecuzione del golpe e dato che tutti erano convinti della sua definitiva riuscita, si sbilanciarono in interviste, trasmesse su tutte le reti, dove parlavano del lavoro organizzativo dei militari e civili artefici dell'evento, nascondendo però la verità sul golpe di Stato e le proteste popolari in atto in tutto il Venezuela. Il 12 aprile a Caracas infatti cominciarono seri disordini con saccheggi di negozi (soprattutto di quelli considerati appartenenti a lobbies anti-Chávez).
Nei giorni 12 e 13 Aprile la polizia uccise più di 200 persone, gli ospedali accolsero centinaia di feriti. La gente, come già accaduto a Caracas circondò anche la base dei paracadutisti del generale Baduel a Maracay chiedendo a gran voce il ritorno di Chávez. Lo stesso avvenne in molte altre località; si calcola che in tre giorni più di sei milioni di persone siano scese per le strade a difendere Chávez ed il suo governo. Nella notte del 13 aprile l'allora vescovo di Caracas, Antonio Ignacio Velasco Garcia, fu inviato all' isola La Orchilla con un jet privato probabilmente di proprietà dei Cisneros, dove avrebbe dovuto convincere Chávez a firmare la rinuncia e partire con lo stesso jet verso una qualsiasi destinazione, forse Cuba.
Durante l'incontro arrivarono tre elicotteri per riportare Chávez a Miraflores.


Con il rientro di Chávez, e il suo ritorno al potere il 14 Aprile, gli scontri ed i saccheggi cessarono.
Il golpe fallì, dunque, grazie al vastissimo appoggio popolare ed all'esiguità del gruppo dei militari golpisti, formato soprattutto da alti ufficiali, mentre il grosso dell'esercito era rimasto fedele a Chávez ed alla nuova costituzione. Carmona fu incarcerato e messo agli arresti domiciliari dai quali scappò, rifugiandosi all’ambasciata colombiana, paese nel quale successivamente gli fu concesso asilo politico. Il governo venezuelano non si oppose e permise l’uscita di Carmona dal paese con destinazione Bogotà.
Attualmente Pedro Cardamona risiede negli Stati Uniti nella città di Miami in Florida
(ma guarda….).
Oltre alla condanna internazionale di molti paesi, pendono sul governo Carmona molte accuse di violenze e di violazione dei diritti umani, in particolare la violazione della libertà di stampa a causa del silenzio obbligato ad i mezzi di comunicazione solitamente vicini al governo democraticamente eletto di Chávez Carmona ed i suoi seguaci, tanto dentro che fuori dal Venezuela, giustificano il golpe di Stato come prodotto degli assassinii commessi da organismi paramilitari del partito di governo e delle violazioni dei diritti umani dell’amministrazione di Chávez. Questo, secondo la loro tesi, ha provocato un vuoto di potere che ha permesso al golpe di avere luogo per instaurare un governo provvisorio. Carmona godeva tra l’altro dell’appoggio dei partiti d’opposizione, di imprenditori, di molti mezzi di comunicazione privati e di una parte di Chiesa Cattolica. Il golpe è stato riconosciuto poi anti-costituzionale a livello internazionale ed è passato alla storia come il primo colpo di Stato “mediatico”, proprio a causa del fondamentale ruolo avuto dai mezzi d’informazione, che non solo appoggiavano apertamente il golpe, ma che contribuivano anche a diffondere notizie false, censurando le rivolte popolari pro-Chávez e cercando di legittimare agli occhi del Mondo il nuovo governo golpista di cui facevano parte.

24 gennaio 2013

Migliaia di venezuelani hanno marciato in appoggio a Chavez ed alla democrazia


 
Caracas, 23 gen (Prensa Latina)
Migliaia di venezuelani hanno riempito le strade di Caracas in una marcia convocata dal Partito Socialista Unito del Venezuela per commemorare il 23 gennaio 1958 ed in appoggio alla democrazia ed al presidente, Hugo Chavez.

La celebrazione del 55° anniversario del sollevamento civico-militare che ha abbattuto il regime dittatoriale di Marcos Perez Jimenez, si è trasformato in una marcia di solidarietà ed un compromesso con la democrazia e con la Costituzione, e di lealtà al leader della rivoluzione bolivariana.
I viali della capitale sono diventati una marea multicolore dove predominava il rosso e striscioni con immagini di Chavez.

“Io sono Chavez”, “Pa'lante Comandante”; “23 Gennaio: mai più un popolo tradito”; “Oggi il popolo rivendica la sua democrazia”; “Siamo tutti Chavez”, erano alcuni dei messaggi ripetuti nei cartelloni e sulle magliette.

L'allegria e la musica hanno accompagnato la marcia del popolo, fino a raggiungere la parrocchia 23 gennaio.

Alcuni gridavano frasi come: “Il popolo lo sa ed ha ragione, qui chi comanda è Chavez e non l'opposizione”.

Gli studenti Roberto Rivera e Magaly Hurtado hanno assicurato a Prensa Latina che “essere presenti è un compromesso con la Patria e con Chavez, che ci ha dato un’educazione liberatrice che abbiamo oggi, ci ha insegnato a stimarci come esseri umani senza distinzioni ed a lottare per un paese migliore”.

Per Madelin Martínez, lavoratrice della Biblioteca Nazionale, è questa una dimostrazione che il popolo è il potere originario.

Non sono mancate le voci solidali dei paesi latinoamericani, come quella dell'argentino Hector Martinez, arrivato dalla comunità indigena Toba, che riconosce in Chavez il leader rispettato ed ammirato, i cui ideali hanno tagliato le catene di discriminazione in America Latina.

3 luglio 2012

Chávez apre la campagna elettorale


Chávez ha parlato al suo popolo al termine della carovana Il presidente venezuelano e candidato alle prossime elezioni, Hugo Chávez, ha messo in risalto l’importanza storica della campagna elettorale, cominciata ieri, domenica 1º luglio, per il futuro della Patria.“In questi cento giorni che vengono, si decideranno i prossimi cento anni del paese
( ...) una Rivoluzione non si misura in un anno o un decennio, ma si misura nei secoli. Noi siamo venuti per fare una Rivoluzione vera, con indipendenza e potere nazionale”. A proposito di questi due aspetti, tutti e due contenuti nel suo programma di Governo 2013-2019, ha affermato che tutto questo sarà in gioco il 7 ottobre.“Chiedo a Dio che continui a dare al popolo venezuelano una maggior coscienza, fede e coesione, per ottenere la vittoria che aprirà gli orizzonti dei prossimi cento anni del Venezuela”. Per questo ha esortato la militanza bolivariana ad applicarsi a fondo in questi cento giorni: dieci milioni di cuori e dieci milioni di coscienze, ha sottolineato. Riferendosi ai molteplici attacchi dei quali è oggetto, sferrati dalla borghesia, Chávez ha sostenuto che questa non ha capito, nè capirà mai che “Chávez, già non sono io, Chávez è il popolo, Chávez sono milioni, Chávez sono i bambini, le donne (…), Chávez non sono io, Chávez è il popolo invitto”, ha dichiarato.Dopo il percorso dall’Avenida Constitución de Maracay, ad Aragua, dopo un transito di 18 chilometri da Mariara, nello Stato Carabobo, il candidato della Patria è stato accompagnato da una marea rossa di popolo, in una dimostrazione d’appoggio alla candidatura presidenziale in questo inizio di campagna.Più che amore, frenesia”, ha detto Chávez all’inizio della manifestazione, vedendo la marea di popolo che con amore e fervore lo ha accompagnato per tutto il tragitto.
(Correo del Orinoco/ Traduzione Granma Int.).


4 maggio 2012

Il Venezuela riscatta i diritti dei salariati con nuova legge sul lavoro

Caracas, 3 mag (Prensa Latina) La nuova Legge Organica del Lavoro riscatta i diritti della classe proletaria venezuelana e garantisce la stabilità piena e assoluta della famiglia, ha accentuato oggi Jesus Martinez, membro della Commissione Presidenziale per la modifica di questa legislazione.
D'accordo con Martinez, la normativa promulgata il 30 aprile dal presidente Hugo Chavez, facilita lo sviluppo della concezione costituzionale sul lavoro.
Inoltre, La Legge stabilirà il carattere retroattivo delle prestazioni sociali, affinché queste siano calcolate in base all'ultimo stipendio riscosso dal lavoratore, in riconoscimento alla sua antichità dentro la ditta.
A questo riguardo, spiegò in un’intervista televisiva per Toda Venezuela, che con la messa in vigore di questo strumento legale, la ricchezza generata da una ditta si condivide "per mandato costituzionale sulla base del principio della giusta distribuzione".
Ciò nonostante, considerò che uno degli argomenti più difficili da approvare è stato la riduzione dell'orario lavorativo a 40 ore diurne settimanali perché nel Paese bisogna aumentare la produzione.
Espresse che nella nuova legislazione si attiva di nuovo la paga doppia al lavoratore quando è licenziato senza giustificazione.
Si riconosce anche la rimunerazione retroattiva delle prestazioni sociali e la protezione di queste risorse da un Fondo Pubblico amministrato dallo Stato, che respingono i lavoratori privati e l'opposizione politica al governo.
Un'altro contributo importante di questa normativa, è l'estensione del periodo pre e post natale delle madri, con un permesso di sei settimane prima del parto per le donne incinte e altre venti settimane dopo la nascita, anche quando i bambini siano adottivi.
Riguardo alla terziarizzazione, Martinez indicò che il lavoratore in questa condizione con questa legge passa ad essere operaio della ditta principale, "processo che ancora si sta preparando secondo la legalità", ha affermato.

17 ottobre 2011

Venezuela: dallo sviluppismo alla politica economica della decrescita


Tratto da: www.senzasoste.it
 venezuela_socialismoAbbiamo trovato interessante questo articolo perché ci dà un’idea del dibattito politico in corso in America Latina, e in particolare in quei Paesi, come il Venezuela e la Bolivia, la cui economia si basa sullo sfruttamento dei grandi giacimenti di combustibili fossili (petrolio e gas naturale). Da un lato la riappropriazione di queste risorse, che prima venivano svendute ad opera di classi politiche corrotte e autoritarie, sta permettendo una politica di redistribuzione del reddito verso il basso e favorisce l’integrazione continentale nel segno di una nuova autonomia; dall’altro, i Paesi progressisti rischiano di rimanere legati a un modello di sviluppo ormai insostenibile e dipendente dalle fluttuazioni dell’economia globale, vanificando i processi rivoluzionari in corso. In questo senso appare estremamente innovativa la proposta del governo ecuadoriano di non sfruttare i giacimenti petroliferi scoperti nel parco nazionale dello Yasuní, in cambio di finanziamenti per progetti sociali e si supporto comunitario (red.)

Jesse Chacón - Rebelión




La rivoluzione bolivariana ha avviato a partire dal 2006 un intenso processo politico, economico e sociale per destrutturare i rapporti capitalistici e sganciarsi dal giogo globale del capitale nella costruzione della rotta nazionale; tuttavia non ci siamo accorti che il nodo centrale della riproduzione capitalista sta nella filosofia della crescita e dello sviluppo, che continuiamo a ossequiare quotidianamente. L’asse della riproduzione capitalistica sta nello sviluppismo come via per rendere illimitati la crescita e il consumo in un contesto ambientale ed economico limitato.
Il modello della crescita è legato al nostro modello energetico e produttivo petrolifero, i nostri obiettivi di sviluppo produttivo finiscono per privilegiare la strada di crescere illimitatamente, questo senza dubbio è il nostro ideale, ma che cos’è che deve crescere? Nelle strategie di sviluppo sociale affermiamo la qualità della vita della gente, il buen vivir; ma nelle strategie produttive, l’accento rimane sull’espansione dello sfruttamento petrolifero, per il quale si pensano pochissimi limiti e non si visualizza quello ambientale. In fin dei conti si guardano come esternalità; ma nemmeno si visualizzano i limiti di una struttura mono-esportatrice che dipende al cento per cento dalle condizioni della geopolitica e dell’economia globale per la sua espansione e sostenibilità.
Restiamo drammaticamente intrappolati nel ciclo del capitale che vogliamo spezzare, il nostro “sviluppo” e “crescita” dipendono dalla stabilità dell’accumulazione capitalista su scala globale, i cattivi auspici per il capitalismo internazionale sono cattivi auspici per noi. In realtà siamo anche noi il capitalismo, siamo uno strumento fondamentale per la sua riproduzione a partire dal modello energetico del petrolio e la garanzia per riprodurre la forma di società e consumo che è diventata realtà nel nostro Paese.
Vediamolo con precisione: il 16 agosto le borse europee, dopo aver avuto notizia dello stallo dell’economia tedesca che è visto come il fattore fondamentale di freno dell’economia della zona Euro, sono crollate, e l’interconnessione del capitale ha bloccato tutto, così Francoforte è scesa del 2,3%, Madrid dell’1,5%, Parigi ha ceduto l’1,2% e Londra lo 0,8%. Da parte sua la borsa di New York ha aperto in calo, gli indicatori dell’industria e della tecnologia sono scesi, il Dow Jones ha perso lo 0,65% e il Nasdaq l’1,18%.
Il contesto preliminare di questa crisi è stata la crisi dei pagamenti del debito estero nordamericano, il suo scontro politico interno sulla possibilità di aumentare il tetto del suo debito e il successivo rating di Standard & Poor’s (S&P), che ha retrocesso la qualificazione creditizia degli Stati Uniti da AAA a AA+ il 5 de agosto.
Sulla difficoltà di pagamento del debito estero nordamericano, il presidente Obama ha affermato: “Negli ultimi dieci anni abbiamo speso più di quanto potevamo. Nel 2000 il governo aveva un attivo, ma invece di usarlo per pagare i nostri conti, abbiamo speso miliardi di dollari in sgravi fiscali e in due guerre”.
L’impatto per la nostra economia non si è fatto attendere, il prezzo del greggio venezuelano ha iniziato un calo sostenuto da $ 107,84 il 29 luglio a $ 103,45 il 5 agosto, arrivando a $ 95,15 il 12 agosto.
Di fronte a questo panorama, il prestigioso intellettuale nordamericano Immanuel Wallerstein ha detto: “il dollaro è entrato in un processo grave e irreversibile di perdita di valore come moneta di riserva mondiale, era l’ultimo potere serio che rimaneva agli Stati Uniti. I danni sono un fatto concreto, la situazione degli Stati Uniti è grave e non è recuperabile, gli sviluppi ci saranno nel giro di due o tre anni, con risultati caotici per il sistema mondiale”.
Nel frattempo la Cina, che è vista come il supporto e il punto di riferimento attuale dell’economia mondiale, comincia a ricevere allarmi sul suo sistema finanziario e sulla sua futura crescita economica, dal momento che si trova in una posizione di gigantesco rischio essendo il principale possessore di buoni statunitensi. La vulnerabilità e il rischio in cui sta entrando l’economia cinese implica conseguenze fatali specialmente per i Paesi latinoamericani la cui crescita viene guidata dall’Asìa, non dall’Europa né dagli Stati Uniti.
L’orizzonte per il Venezuela è uguale o peggiore di quello vissuto con la contrazione economica mondiale del 2008, momenti di picchiata delle entrate petrolifere che vengono a mostrare il limite finanziario delle nostre politiche sociali garantiste.
Como proteggerci? Come mantenere il nostro percorso ascendente nel superamento della povertà e nel miglioramento della qualità della vita della nostra gente? Siamo certi che la risposta non è la classica formula neoliberista di ridurre la spesa pubblica e scaricare sulle spalle del popolo la crisi creata dai capitalisti.
La nostra alternativa consiste nel configurare, in vista del prossimo piano nazionale di sviluppo 2012-2021, un nuovo approccio basato non sulla crescita, ma sulla decrescita. La decrescita fa riferimento a una prospettiva economica e ambientale che stima che la crisi climatica e la crisi strutturale del capitalismo potranno essere superate solo da sinistra se si abbandona il modello di sviluppo produttivista, il suo culto per la crescita senza tener conto dei limiti, oltre alla sopravvalutazione del modello energetico e tecnico-scientifico attuale.
Cosa significa questo per il Venezuela? Significa comprendere che ci stiamo avvicinando a un limite del tempo storico dove gli elementi fondamentali per la nostra sopravvivenza e riproduzione come società sono l’energia, il cibo e l’acqua, e non i classici obiettivi finanziari e industriali. Di conseguenza, significa approfondire la costruzione e la materializzazione di un nuovo modello energetico sostenibile, superare il petrolio per la generazione elettrica, superare il petrolio per la dinamizzazione della nostra industria, superare il petrolio come icona di civiltà.
La decrescita per il Venezuela significa anche focalizzarci sul cibo come alternativa alla crisi, produrre i nostri propri alimenti a partire da modelli tecnologici propri, perché faremo poco se attiviamo un modello agroproduttivo dipendente dalla valuta estera per l’importazione di tecnologie, risorse e sementi. Si potrebbe argomentare che già lo stiamo facendo; ma è necessario riconoscere quanto sia limitato questo sforzo, è urgente capire che stiamo scivolando verso una situazione globale che porterà una crisi di dimensioni mai da noi conosciute.
La decrescita significa anche ricostruire un nuovo senso per l’industrializzazione, nel passato il fallimento del modello sostitutivo è stato provocato da un assenza di consapevolezza sulle proprie forze e valori, è rimasta la preminenza di modelli culturali e di consumo stranieri dal momento che si sono disprezzate le proprie capacità nazionali. Dobbiamo ricostruire tessuti industriali molto più integrati nei territori, molto più sinergici con le potenzialità e i bisogni locali.
Non stiamo parlando di apocalisse, parliamo della costruzione di una politica responsabile e capace di scongiurare, da sinistra, la crescente crisi del capitalismo globale che nel decennio in corso affliggerà tutto il pianeta.
La costruzione di una strada per lo sviluppo endogeno, articolata con l’America Latina e rispettosa dell’ambiente sarà il nostro antidoto, di fronte all’imminente collasso del modello finanziario capitalista globalizzato.

Traduzione per Senzasoste di Andrea Grillo, 16.10.2011