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18 marzo 2015

CHAVEZ ES FUTBOL


CHAVEZ ES FUTBOL (2014) è un libro a distribuzione gratuita pubblicato da Gilberto Carrillo e David Rosas nel quale si raccontano, tra le altre, le storie degli striscioni dedicati al Comandante Chavez dopo la sua morte nelle curve degli stadi di tutto il mondo.

Un capitolo è dedicato all’Italia e gli autori scrivono stupiti dello striscione apparso nella curva nord della Lazio conoscendo la tendenza della curva stessa.

 “Il calcio è il regno della lealtà umana esercitata all’aria aperta”
Antonio Gramsci

6 marzo 2015

Rayo Vallecano e il cuore operaio di Vallecas

di Vincenzo Paliotto

 
Vallecas. C’è un cuore operaio che batte nel cuore di Madrid. Nella zona a sud della Capitale, quella che viene subito dopo quella dedicata ai musei, da sempre lotta il quartiere opeario di Vallecas, che detiene contemporaneamente il primato di quartiere con il reddito più basso nella capitale, affilitto da droga e disoccupazione, ma dove da sempre esiste la dedizione al lavoro di tanta gente che vive dignitosamente. L’anima operaia del quartiere si identifica pienamente con la sua squadra di calcio, il Rayo Vallecano che con la stessa umiltà sfida le grandi e milionarie del calcio spagnolo. Del resto il Rayo non è più una novità nemmeno per il calcio iberico. Fondato nel 1924 in un palazzo umile dove adesso c’è una carrozzeria, il Rayo Vallecano ottenne per la prima volta la promozione nella Liga al termine della stagione del 1976/77. Il Rayo giunse terzo alle spalle di Sporting Gijòn e Cadice, ma con due punti in più rispetto a Real Jaen e Real Oviedo. Da allora, dopo anche una discesa in terza divisione, il Rayo può contare di aver disputato ben 16 volte il massimo campionato, con qualche risultato anche di prestigio come una partecipazione alla Coppa UEFA nel 2000/01. Competizione in cui il Rayo arrivò fino ai quarti, eliminato dai baschi dell’Alavès, dopo aver estromesso Constellaciò Esportiva, Molde, Viborg, Lokomotiv Mosca e Bordeaux. Il miglior piazzamento nella Liga è invece un 8° posto nel 2012/2013, mentre nel 1981/82 ha disputato le semifinali in Copa del Rey. Del resto in tanti sono passati ad indossare la maglia della squadra di Vallecas, anche gente importante come Fernando Morena, Hugo Sanchez e Toni Polster, ma qui hanno giocato anche Diego Costa, Laurie  Cunningham, Tamudo, Michel, Negredo, Viktor Onopko ed il povero portiere nigeriano Wilfred Agbonavbare, scomparso recentemente.

La banda izquierda. Il Rayo Vallecano indossa una caratteristica maglia bianca contrassegnata da una banda obliqua rossa. La banda izquierda, molto vicina a quella del River Plate che era in tournèe in Europa intorno al 1949, cioè quando fu adottata questa tenuta di gioco, anche se in molti dicono che l’ispirazione l’abbia data l’Atletico Madrid, con cui esisteva un accordo che però durò soltanto un anno senza particolari vantaggi. Poi sulla maglia c’è anche un’ape, in quanto il Rayo è ritenuto nel suo campionato un’ammazzagrandi.
Bukaneros. L’anima operaia del quartiere si riversa completamente anche sui gradoni del piccolo Estadio Teresa Rivero, intitolato alla Presidente donna del club. Al termine della Temporada del 1991/92 un gruppo di 7 ragazzi fonda la Brigada Franjrojas nel nome dell’antifascismo e della lotta al razzismo. Dalla stagione successiva il nome si trasforma in Bukaneros, denominazione che prende spunto dalla battaglia navale che ogni anno viene celebrata nel quartiere nella Fiesta del Carmen. Il numero dei seguaci Bukaneros aumenta sempre di più, soprattutto intorno alla stagione del 1995/96, quando nella Liga il Rayo vinse anche 2-1 al Bernabeu contro il Real. Nel 2000/2001 poi la tifoseria raysta finalmente conosce anche il palcoscenico europeo in Coppa UEFA con trasferte prestigiose. Su tutta quella di Bordeaux con ben 700 tifosi al seguito. Nel 1997 in occasione di una gara interna di campionato contro l’Osasuna di Pamplona fu istituita la “Prima giornata contro il razzismo negli stadi”. Un’iniziativa ovviamente carica di significati di un certo peso.
Antifa e il calcio moderno. La tifoseria raysta si riconosce per il suo forte spirito antifascista, ma non mancano a sui carico le persecuzioni della polizia spagnola. Il caso ultimo riguarda il sequestro di 400 semplicissime torce prima della gara di campionato contro il Levante. Torce non pericolose e di uso comune, ma che avevano la colpa di appartenere ai Bukaneros, un gruppo sempre nell’occhio del ciclone. Infatti, le coreografie dei Bukaneros sono sempre contro il calcio moderno ed il razzismo. E questo forse disturba la quiete pubblica del calcio spagnolo e della UEFA. L’operazione della polizia è stata oltretutto condotta in cooperazione addirittura della TEDAX, un corpo speciale dedito esclusivamente al disinnesco di esplosivi. Cioè un dispiegamento di forze senza dubbio inadeguato per sequestrare delle semplici torce.
 
Ad ogni modo, i Bukaneros hanno lasciato vuoto il loro settore dopo il sequestro della polizia, ma ci ha pensato l’attaccante Bueno ad onorare il loro prestigio rifilando una quaterna la Levante nel 4-2 finale.  Del resto la band Sk-P ha dedicato due canzoni alla squadra Como un Rayo e Rayo Vallecano.
Somos los hinchas mas anarquistas,
los mas borrachos, los mas antifascistas.
Nuestro rayito revolucionario
TODOS LOS FACHAS ¡¡FUERA DE MI BARRIO!!
Un suo sostenitore, il 16enne Carlos Palomino, fu assassinato nel 2007 a colpi di coltello al termine di un presidio antifascista da Josuè Estebanez de la Hija, militante di Democracia Nacional. Il Rayo ed i suoi tifosi ne tengono sempre vivo il ricordo.
Nel novembre del 2014 fu abbastanza clamorosa la protesta dei Bukaneros contro il calcio moderno nella gara interna contro il Deportivo La Coruna. Si segnalavano soprattutto le misure restrittive per andare allo stadio e la coreografia da loro preparata fu quella di paragonare lo stadio a Guantanamo, con tipico e logico riferimento per i detenuti politici.
Quella del Rayo Vallecano e dei Bukaneros è una storia che continua all’interno del panorama spagnolo in un connubio perfetto tra aficionados e club. Il Rayo del resto per la Vallecas è qualcosa più di un’istituzione.

10 giugno 2014

SV BABELSBERG 03


 
SV BABELSBERG 03

Tratto da: Crampi Sportivi

You are leaving West Berlin
Prendendo  le linee 1 e o7 della S-Bahn berlinese, fino all’estremo capolinea a Ovest si arriva a Est. Sembra un paradosso geografico, ma Potsdam, in pratica una corposa propaggine della capitale tedesca nonostante sia capitale del Land Brandeburgo, è effettivamente ancora densa di riferimenti al suo recente passato socialista. Lasciando da parte i ponti sullo Spree dove un tempo avvenivano gli “scambi” tra i servizi segreti dei due blocchi e le vecchie dacie lungo il fiume oggi affollato dagli yacht dei berlinesi benestanti, raggiungiamo il quartiere di Babelsberg per trovare uno dei più ingombranti cimeli della DDR nei dintorni di Berlino: forse l’unico stadio in tutto il mondo di lingua tedesca dedicato alla memoria di Karl Liebknecht. Il Karl-Liebknecht-Stadion, confidenzialmente “KarLi”, è la casa di uno dei più riusciti esperimenti di azionariato popolare del calcio europeo, dedito alla cura del vivaio e del suo affezionatissimo pubblico.

 
La SportsVerein Babelsberg 03, società sicuramente meno nota nella scena alternativa internazionale rispetto ai “pirati” gemelli del FC St.Pauli, ha una biografia in realtà piuttosto lunga e un po’ contorta. Il “Null Drei” nasce infatti come Potsdam 03/SC Nowawes, acquisendo nel secondo dopoguerra i ben più evocativi nomi di SG Karl-Marx Babelsberg e, dal 1949 alla caduta del Muro, BSG Motor Babelsberg, secondo la tradizione DDR di intitolare i club sportivi alle fabbriche o ad altre organizzazioni cui le squadre facevano riferimento. L’intera Europa orientale è un fiorire di Dinamo, Lokomotiv, Sparta e la fu Germania est non manca all’appello. Ancora oggi, la vecchia identità DDR del Babelsberg viene rimarcata da un merchandising vintage che riproduce fedelmente le vecchie tenute del Motor, oltre che da alcuni dei tanti e curati graffiti che circondano il “KarLi”. Lungi dall’idea che ci si potrebbe fare pensando a qualche vetusto impianto sportivo da società di quartiere, il “KarLi”è un gioiello da poco meno di 11.000 posti, con campi secondari per le amichevoli meno impegnative, con punto vendita del ricco merchandising interno e al quale i sostenitori più conosciuti hanno libero accesso anche durante i giorni della settimana per permettere la visita a quanti vogliano conoscere questo ambiente.

Es! Fau! Babelsberg Null Drei!

Nel 2003 la società viene rifondata in seguito ad un crack, avendo maturato una sola presenza in Zweite Bundesliga dalla riunificazione delle Germanie e dei rispettivi campionati. Da questo punto in poi i “Bleus” vivacchiano tra la Regionalliga Nord e la Dritte Liga, la terza in ordine di importanza.
Il legame con la tifoseria e il territorio è decisamente radicato. Lo stadio tra primavera ed estate è aperto ad ospitare un torneo antirazzista internazionale dal nome “der Ball is Bunt” (“la palla è colorata”): un calcio senza distinzioni di genere, provenienza e nemmeno di abilità motoria. Coerentemente con questo spirito, uno degli esperimenti più innovativi, ad esempio, è il circuito di supporters non vedenti che seguono la squadra, anche nelle trasferte di coppa, in minuscoli centri dei Länder circostanti. A permettere loro di seguire le partite è un gruppo di tifosi che raccontano le azioni di gioco. Ma i progetti che si accompagnano alla società sono tantissimi e basati sulla massima cura del vivaio e delle squadre “minori” che compongono la galassia del club. Tanti sono i gemellaggi con altre squadre di calcio amministrate e finanziate, seppur in parte, direttamente dai sostenitori: negli anni si sono succedute amichevoli estive con l’FC United of Manchester, il Partizan Minsk e naturalmente l’FC St. Pauli con il quale viene disputato il cosiddetto “Zeckenderby” , letteralmente il “derby delle zecche”: le due società più rappresentative della scena alternativa e di sinistra, che rivendicano con orgoglio di “essere zecche antisociali, che dormono sotto i ponti o nei dormitori delle stazioni”, come cantano scimmiottando gli insulti che vengono loro rivolti da curve di destra e fascistoidi. Questi eventi estivi sono appuntamenti sentitissimi dalla tifoseria e diventano vere feste nella strada antistante lo stadio tra birra, merchandising e musica fino a notte fonda con concerti e sound system nei vicini spazi sociali del quartiere. La NordKurve viene aperta ad accogliere delegazioni dalle tante curve che compongono l’Alerta Network, una rete di tifoseria antifasciste nella quale troviamo la Green Brigade del Celtic Glasgow, gli Ultrasmarine di Bordeaux, VamosBien del Fenerbache oltre a supporters dell’Hapoel Tel Aviv, dell’Athletic Bilbao, dello Standard Liegi e di società sicuramente più piccole come il G.A. Merano di calcio a 5.

 
Il faccione di Karl Liebknecht sugli striscioni, le torciate contro l’omofobia nel calcio, le campagne per l’accoglienza ai rifugiati, in un mondo del pallone lacerato tra squadre milionarie e continui rigurgiti di insopportabile xenofobia e machismo rappresentano una vera boccata d’aria fresca per gli appassionati che desiderano vedere un altro modello di tifo e organizzazione societaria diffondersi negli stadi italiani ed europei. Soprattutto se il tutto viene mosso da un entusiasmo viscerale inversamente proporzionale ai risultati e al palmares. Tutto questo è possibile grazie a esperimenti come quello della SportsVerein Babelsberg, i cui pilastri sono il ruolo egemone dei Fanladen e la cura per il settore giovanile sul quale la società fonda la sua filosofia, grazie al proprio vivaio e alla relazione con alcune società del Brandebugo.
Come per l’FC St.Pauli, anche per la SVB sono centrali gli spazi decisionali che i vari circoli di tifosi, Fanladen appunto, hanno nella definizione di un consiglio (Fanbeirat) che partecipa delle decisioni societarie. I Fanladen, pur non essendo alternativi ai gruppi più o meno formalizzati che animano lo stadio in casa e in trasferta, rappresentano anche uno spazio di incontro per la cittadinanza, nel quale si veicolano i valori societari e, in generale, modalità di gestione diretta degli spazi collettivi che reggono il progetto: dalle coreografie all’organizzazione di alcuni servizi, fino alla pubblicazione di fanzine cartacee e online che danno voce ai tanti sostenitori della SVB.

Nella storia della SVB probabilmente non ci sono titoli prestigiosi o incontri memorabili: una storia altalenante di promozioni e retrocessioni nelle serie minori e regionali, dal 1999 a oggi un solo passaggio al terzo turno della coppa di lega tedesca. Tuttavia, lo spirito che anima l’universo Babelsberg vive dell’impegno quotidiano e della passione di sostenitori e cittadini del quartiere, in quella che rappresenta un antidoto al calcio moderno, miliardario e spersonalizzato.

31 marzo 2014

FC United of Manchester - "Preferisco giocare a modo mio"

 
La storia dell’FC United of Manchester ha la sua forza nella semplicità della frase: "questo calcio non mi piace, preferisco giocare a modo mio."
Per chi non la conoscesse, nel 2005 un gruppo di tifosi del glorioso Manchester United decise di fondare una squadra di calcio dal nulla, pur di non vedere come presidente della loro un imprenditore americano che nulla aveva a che fare con il mondo a cui appartenevano. Decisero di mettersi alle spalle un passato glorioso pur di non assistere impotenti a Glazier che calpestava la loro storia. La gestione americana, a detta dei protagonisti, avrebbe snaturato ulteriormente i valori in cui credevano e decisero attivamente di ribellarsi al calcio moderno.
 
Abbandonare l’Old Trafford per passare i sabati di campionato nei minuscoli campi della provincia inglese può sembrare un’idea folle, eppure le ragioni della scelta appaiono più che valide, a maggior ragione quando sono raccontate direttamente da chi ha preso di questa decisione. Con questo spirito, si affronta il Barcellona per vincere la Champions League allo stesso modo del Witton nella finale playoff per andare nella North Conference League, 5 serie sotto la Premier League.
Questa storia di calcio è stata raccontata da Daniel Colbourne in uno straordinario documentario che noi abbiamo tradotto e sottotitolato in italiano.
(Per attivare i sottotitoli è sufficiente cliccare sull’icona nel video in basso a destra e seguire le istruzioni a schermo.)

23 gennaio 2014

Comunicato Curva Nord Livorno

 
Livorno, la curva protesta: "Contro il Sassuolo fuori per 10 minuti"
Domenica contro il Sassuolo la protesta dei tifosi amaranto ancora più vigorosa dopo la settimana delle buffonate messe in piedi dal presidente Spinelli.
Ecco il comunicato dei tifosi.
10 minuti per la nostra dignità
"Siamo stufi! Le continue offese e provocazioni di Spinelli degli ultimi anni hanno reso la sua presenza incompatibile con Livorno. Non possiamo dimenticare la voluta esclusione dalla coppa UEFA, la continua “stanchezza” ogni qualvolta doveva investire nella squadra, la spesso minacciata vendita del Livorno Calcio, la provocazione di voler chiudere la Curva Nord, l’invito di andare al cinema invece che allo stadio. Il Livorno per noi è un patrimonio collettivo che viviamo quotidianamente ma Spinelli l’ha trasformato nell’hobby privato di un vecchio isterico”
A differenza di molti “spinelliani” e tifosi occasionali pronti a venire allo stadio solo quando si presentano le “grandi squadre”, noi abbiamo sempre onorato la maglia, (cosa che spesso Spinelli non ha fatto), la città e le sue origini. Abbiamo sempre detto che IL LIVORNO SIAMO NOI e questo al di là della categoria in cui si gioca. Per noi la serie A non è tutto, non è il solo obiettivo. Per noi la serie A è un’opportunità se vissuta con onore, voglia e palle da parte di tutti, tifosi in primis. Purtroppo invece ci ritroviamo ancora a combattere con un vecchio arrogante che fa del business la sua ragione di vita per poi lamentarsi costantemente dei soldi che finge di buttare nel Livorno. Sono anni che non lo sentiamo parlare di sport, attaccamento e mentalità!
Per queste ragioni terremo la Curva Nord vuota per i primi 10 minuti. Per protestare contro una società che non onora né la maglia né i propri tifosi. Per contestare l’arroganza di Spinelli. Per far capire che NOI non ci arrendiamo".
Curva Nord Livorno
 

26 novembre 2013

Homenaje a Aitor Zabaleta



A Irun, in Euskal Herria, è stato cambiato il nome di una strada, precedentemente intitolata a un generale della dittatura franchista, omaggiando il ricordo di Aitor Zabaleta , tifoso della Real Sociedad assassinato l'8 dicembre 1998 nei pressi dello stadio Vicente Calderón da un gruppo di neonazisti del Frente Atlético de Madrid.

29 luglio 2013

3 giugno 2013

U.S. SPARTAK LECCE


Tratto da: http://trappoladelfuorigioco.it/

Pensare al calcio come strumento di integrazione sociale e culturale può risultare forzato, sopratutto se si pensa alla connotazione prettamente commerciale che assume nella società in cui viviamo. Eppure esiste una realtà sul territorio Salentino che ha riportato l’universo pallonaro in una dimensione più umana, agli antipodi dalle logiche di profitto fino a farlo diventare strumento attivo di integrazione sociale per ragazzi provenienti da tutto il mondo. Sto parlando dello Spartak Lecce,società regolarmente iscritta al campionato di terza categoria, allenata a titolo gratuito da A. Orlando, mister con esperienza anche nelle formazioni giovanili dell’US Lecce.

Questa squadra rappresenta un’ideale sintesi del torneo ‘calcio senza confini’, con chiara matrice anti-razzista. Lo Spartak è nato, infatti, tenendo come punto riferimento il concetto che ogni squadra partecipante alla quarta edizione del campionato doveva contribuire alla causa fornendo i due migliori calciatori. Il progetto ha preso forma strizzando un occhio a modelli di azionariato popolare già ben avviati in alcune zone d’Europa, ed in particolare del St. Pauli, squadra della periferia popolare e punk di Amburgo arrivata fino alla Bundesliga. Con un sistema di finanziamento cedolare, ogni sostenitore è anche presidente dello Spartak, e questo permette di ottenere una struttura gerarchica piramidale accettata e condivisa dai soci-tifosi, che ne determinano le sorti democraticamente.

 
Iconografia e nomenclatura scelta per caratterizzare lo Spartak sarebbero elementi sufficienti a chiarire intenti e obiettivi della squadra. Prestando fede al nome dello schiavo trace ribellatosi all’impero romano, la squadra leccese, infatti, sembra ribellarsi al modello calcistico attuale con una spinta che proviene dal basso. Questa figura retorica avrà sicuramente ispirato l’associazione culturale Bfake (ideatrice anche del progetto del torneo ‘calcio senza confini’ menzionati in precedenza) a scegliere il nome alla squadra, a cui è accompagnato l’elmo dello schiavo scelto come logo.

Integrazione e multiculturalità sono ribaditi dalla fascia del capitano sui cui è riportato il logo della rete ‘Antifaschistische Aktion’ che raffigura una bandiera rossa che ne indica la matrice socialista e una nera simbolo dello spirito anarchico dell’associazione nata nell’Europa settentrionale ed ormai simbolo in tutta Europa della lotta al razzismo, sessismo e classismo fascista.

Oltre all’elmo barbarico, come lo era quello indossato dallo schiavo Spartaco, lo stemma raffigura un pallone di cuoio, simbolo di un calcio lontano da quello a cui siamo abituati; la catena spezzata, che circonda la sfera, rappresenta un ulteriore simbolo di discontinuità con il presente. Ma è sugli spalti che avviene la vera anomalia. In piedi ad assistere alla partita ci sono decine di tifosi che espongono striscioni, accendono fumogeni e sostengono la squadra come se leggi restrittive e violenza fossero concetti astratti.

Dal punto di vista sportivo, la squadra dall’inizio del campionato ha ottenuto buoni risultati: un pareggio e due vittorie in quattro partite. Il loro obiettivo dichiarato è arrivare alla serie C, e vincere il campionato di terza categoria rimanendo fedeli ai propri ideali sembra un ottimo primo passo.

30 aprile 2013

FOOTBALL RIVALRIES - DERBY E RIVALITA' CALCISTISCHE IN EUROPA


di Vincenzo Paliotto

Football Rivalries compie un viaggio ideale, come una sorta di vera e propria guida, attraverso le rivalità calcistiche di tutto il calcio europeo. Dalle più importanti e conosciute come l’Old Firm, i London Derbies o l’El Clàsico spagnolo, fino ad immergersi nei derby provinciali del calcio italiano ed inglese, scoprendo una volta di più che i derby e le rivalità calcistiche vengono vissute con la stessa intensità e tradizione in ogni angolo del Vecchio Continente. Il volume prende in esame in maniera più o meno diffusa oltre 150 sfide tra derby e rivalità, con i protagonisti in campo, gli impianti di gioco ed i suoi tifosi.

E’ un compendio straordinario di tutti i derby d’Europa, nessuno escluso, una raccolta di informazioni e di aneddoti unica nel suo genere. Dalla Gran Bretagna - partendo dalle partite di calcio ancora rudimentale tra parrocchie limitrofe, che si teneva già nell’Ottocento nella cittadina di Derby, e che dette poi il nome ad ogni tipo di sfida fratricida - all’Italia, dai nuovi ricchi di Mosca al celebratissimo Clasico di Spagna (che poi vero e proprio derby non è, confrontandosi Madrid e Barcellona), vengono passate in rassegna tutte le rivalità calcistiche del Vecchio Continente.

Con questo libro si ha la possibilità di conoscere le sfide di Paesi lontani dai riflettori del grande calcio come l’Old Firm maltese, della torcida dell’Hajduk di Spalato, la più antica d’Europa, delle sfide politiche più che calcistiche che si giocano nei Balcani e in Irlanda, dei derby di quartiere dell’Est europeo.

Partite e protagonisti lontanissimi tra loro ma uniti dal sacro fuoco del derby, della sfida che non si può perdere e che può regalare la fama eterna.

Indice
1- Londra, la City del calcio
2- La cultura inglese del derby
3- Scozia, gente antica del calcio
4- Derby d’Irlanda, ben oltre le partite di calcio
5- Galles, rivalità di confine
6- De Klassieker, il calcio in Olanda e dintorni
7- Derby e rivalità nel cuore del Vecchio Continente
8- Il calcio champagne tra regioni e rivalità
9- La guerra eterna del Clàsico
10- Il campanilismo del calcio italiano
11- I Balcani, una polveriera per il calcio
12- Cose turche del pallone
13- Derby nel Mediterraneo
14- Est europeo, derby oltre la storia ed i regimi
15- Derby, vodka e nuovi ricchi

19 febbraio 2013

Partizan Minsk

Un altro calcio è possibile ... La storia del Partizan Minsk.
 

Nel 2002 due squadre minori della Bielorussia hanno dato corso ad una fusione; il Minsk Tractor Plant (MTZ) e l'Istituto repubblicano per la formazione professionale (RIPO), il primo dei quali nato nel 1947. Al momento della fusione il club ha iniziato in terza divisione fino ad arrivare alla bielorussa Premier League nel 2004.
 
Il presidente,Vladimir Romanov, in questi anni ha gestito in malamente il club, fino ad arrivare all’abbandono nel 2010.
La caratteristica quasi unica di questa squadra stava nei propri tifosi che differivano per un aspetto chiave dal resto del paese, con una forte impronta di sinistra e anti-fascista.
Nel marzo 2012, grazie ad una campagna di solidarietà internazionale organizzata da vari gruppi antifascisti tedeschi, il club viene rifondato e riparte dalle categorie minori del calcio bielorusso con il nome di Partizan Minsk.
 
 
Con le sovvenzioni dei tifosi e con l’aiuto della campagna di solidarietà made in Germany, la squadra può iniziare la stagione con 24 giocatori, due allenatori, un medico e personale che si occupa di tutto il lavoro d'ufficio.
Il club ora partecipa alla Lega Minsk, equivalente a quello regionale. Come si mantiene la squadra finanziariamente?
I giocatori non hanno uno stipendio fisso e prendono solo dei piccoli premi  quando possibile. Il medico del club fa il suo lavoro gratuitamente.
Tutti fanno la loro parte per l’amore verso il club.
L'allenatore è l'unica figura che va a libro paga a fine mese, e viene coperto da donazioni dei tifosi e dalla vendita del materiale della squadra e da quello ultras.
 



German Tour Il Partizan Minsk farà un tour tra il 15-23 marzo di quest'anno in la Germania. Ci saranno amichevoli con Tennis Borussia Berlin, Altona Victoria, il Sankt Pauli, il Rotern Stern Lipsia e SV Babelsberg.
L'obiettivo finale è quello di raccogliere fondi per permettere  la fattibilità del progetto e per pubblicizzare il volto combattivo, ribelle, proletario e antifascista dei tifosi del Partizan Minsk.


1 febbraio 2013

GIANLUCA SIGNORINI - IL CAPITANO


Un giorno, con il Genoa in crisi, ci riunimmo nello spogliatoio per parlare dei nostri problemi.
Nessuno però aveva voglia di dire nulla, così si alzò lui e tirò fuori tutta la verità.
Quel giorno conquistò molta considerazione da parte dei tifosi e della società.
Lui era così: sincero, determinato, coraggioso.
In una parola, un Capitano”.
Osvaldo Bagnoli

28 gennaio 2013

Argentina: La mappa del tifo

Quali sono le tifoserie argentine più calde, numerosi e popolari?

La 12 (Boca Juniors)
"La 12" (Doce), nata alla fine degli anni '70, è il nome con cui si definisce tutta la tifoseria più calda ed irrequieta del Boca ed è la barra più popolare d'Argentina così come il Boca, con il suo 36%, è il club più seguito del Paese.
Tifo, numeri e passione hanno convertito La 12 - con merito - in un'istituzione mondiale. Ma non è tutto oro quel che luccica: La 12 paga il fatto di essere una miniera di denaro e dagli anni '80 ad oggi, ciclicamente, per prenderne il comando non si è mai andati per il sottile: scontri tra bande di centinaia di persone, ferimenti, assassinii e pure morti sospette.
Un recente studio ha confermato che i tifosi del Boca (a proposito, la Boca è un quartiere ultrapopolare di Buenos Aires fondato da genovesi) si concentrano più tra le classi lavoratrici che in quelle più abbienti.

Los borrachos del Tablòn (River Plate)
Il River è la seconda squadra del Paese per numero di tifosi, ma la prima per titoli nazionali vinti (33 contro i 24 degli acerrimi rivali del Boca con i quali disputano il cosiddetto superclàsico). La barra più popolare è quella de "Los Borrachos del Tablòn", nata nel 2001, la cui storia recente ricalca per molti aspetti quella de La 12 sia per dimensioni e caratteristiche della tifoseria che per le dinamiche sanguinarie che ne hanno contraddistinto l'esistenza.
Così come avviene in casa Boca alla "Bombonera", le partite casalinghe del River vedono riempire quasi sempre il "Monumental", lo stadio più grande del Paese. Parimenti, le trasferte vedono sempre migliaia di tifosi al seguito avendo i biancorossi tifosi sparsi in tutta l'Argentina. Sembra che il River, al contrario del Boca, raccolga più tifosi nelle classi medie.

La Barra del Rojo (Independiente)
Terza squadra di tutta l'Argentina per numero di titoli nazionali vinti e per popolarità, l'Independiente è una delle due squadre storiche di Avellaneda, città di 300mila abitanti a pochi chilometri da Buenos Aires. Squadra storica del calcio argentino, ha avuto fino a pochi anni fa al proprio fianco La Barra del Rojo, una delle formazioni più corrotte e influenti del mondo del tifo nazionale. Organizzatissima dal punto di vista gerarchico, contava su una prima linea composta da meno di dieci persone (i capi più un lìder) a capo dei principali sottogruppi e responsabili dell'organizzazione e della distribuzione dei soldi e dei compiti. La seconda linea andava dalle 15 alle 30 unità, persone incaricate di reclutare tifosi, studiare la zona e i movimenti delle barras bravas nemiche, organizzare le trasferte. La terza linea constava di circa 600 persone incaricate di organizzare la curva.

La N° 1 (Racing Club)
Il Racing Club è l'altra "grande" di Avellaneda e con l'Independiente disputa "El Clàsico". Gioca al "Presidente Peròn", più comunemente chiamato "El Cilindro de Avellaneda" per la struttura cilindrica perfettamente rotonda, probabilmente il più affascinante stadio argentino insieme alla Bombonera. Quarta squadra del Paese per numero di tifosi, è la terza di sempre per numero di presenze allo stadio.
La tifoseria più calda è conosciuta come "La N° 1" ed è composta da tre barras: "La Guardia Imperial", la più importante, i "Racing Stones" e "La 95".

La Gloriosa Butteler (San Lorenzo de Almagro)
"Me lo dijo una gitana - me lo dijo con fervor - o largas la marijuana o te vas para el cajón - Me lo dijo una gitana - y yo no le quise creer - yo le sigo dando al vino a los fasos y al papel - Una gitana hermosa tiro las cartas - dijo que San Lorenzo va a ser campeón - ya lo corrimos al globo y no paso nada - vamos a correr a Boca que es un cagón". Questa canzone, forse la più bella ed originale dell'intero panorama curvaiolo sudamericano, è esemplificativa del livello della tifoseria blugranata, scanzonata ma al tempo stesso compatta e numerosissima. Per molti quella del san Lorenzo è la miglior tifoseria argentina ed è largamente riconosciuta come la più ingegnosa nell'ideazione dei cori.
Il San Lorenzo, insieme a Boca e River e le due di Avellaneda, è una delle cosiddette "cinque grandi di Argentina".

Las Canallas (Rosario Central)
Sapete chi può annoverare il Rosario Central come proprio tifoso? Un certo Ernesto Guevara che a Rosario, metropoli di oltre un milione di abitanti, ci nacque. Il Rosario Central è anche la squadra più popolare tra quelle non della capitale. La tifoseria, caldissima, è famosa soprattutto per aver introdotto in patria l'uso dei bandieroni copricurva.

La Hinchada Màs Popular (Newell's Old Boys)
Se è vero che il Newell's ha qualche tifoso in meno rispetto ai concittadini del Rosario Central, è altrettanto incontestabile che la tifoseria più calda non sia da meno dei cugini. Ultimamente la barra del NOB, autodenominatasi "La Hinchada Màs Popular", sta balzando alle cronache come una delle più violente in assoluto di tutta l'Argentina. Negli ultimi anni il controllo della curva ha originato violenti faide interne che hanno portato anche a un paio di morti.
Una curiosità più prettamente "calcistica": lo sapete a chi è intitolato lo stadio? Al "loco" Marcelo Bielsa, rosarino e tifoso rossonero doc e attualmente amatissimo allenatore del mitico Athletic Bilbao.

La Pandilla de Liniers (Velez Sarsfield)
Il Velez Sarsfield, altra compagine di Buenos Aires, è il quarto club più titolato di Argentina, ma la sua barra, "La Pandilla de Liniers, è da considerarsi un gradino sotto alle altre precedentemente citate. Solo recentemente, contestualmente ai molti successi nazionali ed internazionali, la tifoseria è riuscita a fare un salto di qualità, scalando anche le classifiche in tema di presenze allo stadio (sesta nel ventennio 1991-2011).

La Famosa Banda de San Martìn (Chacarita Juniors)
Il Chacarita è una piccola squadra di Buenos Aires che fa la spola tra la terza e la prima serie, ma la sua tifoseria, sebbene i numeri siano relativamente limitati, è senz'altro una delle più calde e affezionate. La barra brava in particolare, "La Famosa Banda de San Martìn", è una delle più violente, temute e rispettate per la capacità di far scoppiare incidenti un po' ovunque, in casa come alla Bombonera. Non a caso è gemellata con tifoserie di primissimo piano come quelle di Colo Colo, San Paolo, Alianza Lima e Rosario Central.

Degne di nota anche le tifoserie di Santa Fè (Colòn e Uniòn), di La Plata (Estudiantes e Gimnasia y Esgrima), di Cordoba (Belgrano) e soprattutto del Club Atlético Huracán, anch'esso di Buenos Aires.

19 dicembre 2012

PLAY ULTRAS



tratto da: http://www.dressersroma.com/

In questo numero conosceremo chi sta dietro al gioco più discusso dell’anno, che ha fatto
impazzire perbenisti e benpensanti, ecco a voi play ultras…

Iniziamo a conoscervi, quante persone ci sono dietro al progetto play ultras?

Da dove venite e che squadra tifate?
Siamo in cinque, Mattia milanista di Milano, Andrea romanista di Roma, Giacomo livornese di
Livorno, Marco juventino di Torino e Stefano laziale di Roma.
Visto che venite da posti diversi ci potete dire come vi siete conosciuti?
Andrea e Stefano sono amici di vecchia data ed entrambi vivono a Roma, poi a Londra si sono
conosciuti Giacomo e Stefano durante l’università e con Mattia ci si è conosciuti ad una festa.
Marco è subentrato dopo grazie alla polisportiva Foffo’s, la squadra amatoriale nella quale
giochiamo a calcio quell’unica volta durante l’anno!!
Come e a chi è venuta in mente l'idea di un gioco da tavola ispirato agli ultras?
Giacomo ha avuto l’idea, poi è stata perfezionata e resa possibile grazie agli altri quattro ragazzi
Quali sono state le difficoltà iniziali e quelle che se si sono sviluppate in seguito?
Le difficoltà iniziali erano dovute al fatto che tutti gli editori ai quali proponevamo il gioco
all’inizio erano interessatissimi ma poi tutti ci chiedevano di cambiare le regole ed addolcirlo…
capivano che era un gioco ma non volevano mettere il loro logo su un gioco per gli ultras.
Chi è che ha creduto nel vostro progetto?
Per portarlo a termine solo noi cinque, alla fine stufi delle manfrine degli editori abbiamo deciso di
autofinanziarci, creare una società e farci il gioco duro e puro per conto nostro. Avevamo già 400
prenotazioni prima ancora di iniziare a produrlo e la gente continuava a chiedercelo.
Avete discusso molto sulle regole del gioco? diatribe sulla "mentalità" etc..
No, è venuto tutto naturale. Le regole ci sono e sono ben chiare però a noi piace anche dare la
possibilità ai ragazzi che ci giocano di personalizzare leggermente il regolamento, alla fine le regole
fisse non ci sono mia piaciute…
Quale è la città che ha risposto meglio ? Avete spedito anche all'estero?
Roma e… Graz. Gli ultras austriaci ci vanno pazzi per il gioco e le miniature… abbiamo ricevuto
ordini da tutta europa grazie anche ai numerosi articoli che sono usciti su tantissime riveste/periodici internazionali.
Perchè l'idea di dare in beneficenza alla fondazione contro la sla parte degli incassi?
Perché il nostro calcio era quello degli anni ‘80/’90 e tanti atleti di quei tempi sono rimasti vittima
di questa terribile malattia. Leggendo e documentandoci abbiamo appreso che ci sono tantissime
persone (non atleti) affetti dalla sla, Noi puntualmente diamo un piccolo contributo alle associazioni
che raccolgono fondi per curare questo terribile male e cerchiamo di sensibilizzare la gente su
questa malattia, per questo sulla scatola e sul nostro sito abbiamo deciso di inserire il nostro motto
"Gioca con gli ultrà e combatti la sla".
Massucci dell'osservatorio e la vedova Raciti hanno detto la loro sul vostro gioco, cosa vi
sentite di rispondergli?
Ci piacerebbe incontrarli, perché parlare a distanza crea incomprensioni. A Masucci e al coisp per
capire se credano davvero che il gioco generi violenza. Alla vedova raciti sono per farli i
complimenti per come ha gestito l’affare Arcidiacono e accattato le scuse del giocatore.
Torniamo a voi, quando è stata la prima volta che siete andati allo stadio e come vi sentite?
Mattia: 1985/86 Milan – Fiorentina 1-0 rigore di Virdis. Ero con mio padre, mi comprò il cuscinetto
di Hateley e mi ricordo che durante la partita continuava a ripetermi di guardarla… Io ero con lo
sguardo fisso sui tifosi, la curva, i cori e le bandiere, penso di aver visto a malapena il rigore.
Giacomo: A tre anni con mio zio veniero. Da piccolo ero una peste, lo stadio era l’unica cosa che
mi paralizzava… da quel momento in poi mia mamma non vedeva l’ora arrivasse la domenica per
riposarsi un po’.
Marco: a 9 anni, Coppa Italia, Juve-Taranto. Salire la scalinata per arrivare in Curva Filadelfia e
trovarsi davanti al prato verde m'ha dato i primi veri brividi.
Qual'è stata la vostra trasferta più pericolosa?
Mattia: Col Milan mai avuto problemi in trasferta anche perché l’ho seguito soprattutto in
Eurropa… Manchester, Lille, Auxerre, Barcellona Etc.. Mi ricodo un Milan – Verona sospesa per
nebbia con mio padre in cui siamo passati indenni in mezzo ai tafferugli.
Marco: Un paio di derby, in particolare uno (31 marzo '85) poco prima del quale tutta la Curva
Maratona fu stata cosparsa di Kerosene, i Granata non la presero bene e il post-partita fu intenso.
Giacomo: A Modena, ma non per i tifosi locali. All’arrivo alla stazione di Modena Centrale ci
furono venti minuti di fuoco con i celerini…
Cosa non vi piace del calcio moderno?
Tante cose… I divieti, gli stadi vuoti senza colore, i giocatori mercenari e forse la cosa che ci fa
ancora più male è vedere tifosi acclamare calciatori che fino allo scorso anno giocavano nella
squadra rivale. Alla fine se siamo ridotti così male è anche colpa nostra…
Quale è il vostro stadio preferito?
Marco: Marassi
Giacomo: Armando Picchi
Mattia: Stadio Giuseppe Meazza San Siro, col parterre, prima di Italia ’90, brividi..
Qualora alcuni di voi fossero interessati all'abbigliamento, ci potete dire quali sono le vostre
marche preferite?
Mattia: ho tre paia di Patrick e per quanto riguarda l’abbigliamento tutte le marche che non hanno
marchi/loghi in evidenza.
Vi lasciamo con quest'ultima domanda, quali sono i vostri gusti musicali e dovreste scegliere
una canzone per play ultras, quale scegliereste???
LA MANO DE DIOS DEL COMPIANTO POCHO RODRIGO


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