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6 maggio 2015

FILIPPO ANDREANI "La prima volta"

 
“Avevo dimenticato la mia storia. Quella cominciata nei primi anni novanta e proseguita tra palchi traballanti, sudore a fiumi, braccia nude tatuate mischiate nel pogo, urla e risate, abbracci fraterni, sguardi complici. Quella storia è tornata a prendermi e mi ha salvato”. Racconta così Filippo Andreani la nascita di “La prima volta”.

Un disco che è scaturito dalla lettura de “Il coraggio del pettirosso” di Maurizio Maggiani, un libro nel quale Filippo ha ricordato quanto un tempo era sfrontato, determinato e libero, proprio come il pettirosso della copertina, un uccello piccolo ma molto combattente.

“La prima volta” è un disco di storie. 
(Filippo e Adelmo Cervi)
La storia di Adelmo Cervi, il figlio di uno dei fratelli Cervi che ancora oggi conserva e diffonde la memoria di uno dei più commoventi e significativi episodi della nostra Resistenza.

E poi la storia del giornalista Gianni Brera, quella della farfalla granata Gigi Meroni, di Stefano Borgonovo, di Piero Ciampi; storie di amicizia e di persone che perdono il lavoro.


“La prima volta” è interamente suonato da Filippo Andreani con i Linea, una delle punk band più longeve della scena italiana. Traccia dopo traccia prestano la loro voce e le loro emozioni Marino Severini dei Gang, Sigaro della Banda Bassotti, Steno dei Nabat, Rob dei Temporal Sluts e Robi degli Atarassia Gröp.
(Live Csa Pinelli di Genova)
 

Non è un caso allora che “La prima volta” si apra con le parole proprio di Adelmo Cervi, come in una sorta di sigillo di libertà, antifascismo ma soprattutto vita: quella che nasce, rinasce, soffre ed esulta quando accade quella “Prima Volta”.

(Live Csa Pinelli di Genova)
 

MUSICISTI
Gianmarco “Gimmy” Pirro: chitarre acustiche ed elettriche, ukulele, slide guitar
Federico Bratovich: chitarre elettriche
Silvio Calesini: basso
Fulvio “Devil” Pinto: batteria
Franco Barbera: pianoforte
Luca Bossi: rhodes, juno, hammond
Linea e Atarassia Gröp: cori

Tracklist
1. Canzone per Delmo
2. E Roma è il mare
3. Che ti sia lieve la terra
4. Gigi Meroni
5. Il prossimo disco dei Clash
6. Tito
7. Veloce
8. Lettera da Litaliano
9. Numero Nove
10. 20 gennaio 2014

21 giugno 2013

…E l’indio venne sulla terra - Leggenda Kayapò


…E l’indio venne sulla terra - Leggenda Kayapò *

 
Anticamente gli Indios abitavano nel Cielo e nessuno di essi conosceva la Terra. Un giorno, un cacciatore si imbatté in un armadillo e cominciò a inseguirlo, avvicinandosi sempre più alla preda. Vistosi quasi raggiunto, l’animale cercò di guadagnare la tana e, riuscitovi, vi si infilò fino a raggiungere il fondo. L’Indio non si perse d’animo e cominciò a scavare con decisione. Scavò giorno e notte finché non riuscì ad agguantare l’armadillo; ma proprio mentre stava per cantar vittoria, il fondo del cunicolo si aprì e solo per miracolo l’Indio riuscì ad aggrapparsi con tutte le sue forze al ciglio della voragine che si era aperta sotto di lui. Così rimase a dondolare nel vuoto per qualche tempo, paralizzato dalla paura prima, sbalordito dalla visione sottostante subito dopo.
Ai suoi occhi meravigliati si presentò uno spettacolo di indescrivibile bellezza: uno sconfinato arcobaleno, fatto di tante sfumature di verde, di cui non si riusciva a vedere né l’inizio, né la fine. Allora, riavutosi dalla sorpresa, corse subito a chiamare i compagni che lo seguirono incuriositi e restarono attoniti a osservare sul bordo della voragine. Dall’arcobaleno verde si sprigionava un calore che giungeva fino a loro impregnato di mille odori nuovi, mentre l’aria era attraversata dal canto di una miriade di uccelli che continuavano a richiamarsi l’un l’altro da ogni angolo di questo sconfinato verde, mentre le farfalle svolazzavano tranquillamente posandosi sui fiori colorati. Capirono allora che l’arcobaleno era la grande foresta. I fiumi chiari si alternavano a quelli scuri: quando le loro acque si mescolavano, il colore acquistava sfumature di incomparabile bellezza. I pesci erano così numerosi da non trovare quasi posto in acqua, così che ogni tanto si vedevano saltare qua e là. Gli alberi erano ricurvi, malgrado non soffiasse alito di vento: capirono che a curvare i rami era il peso della frutta profumata, raccoltasi in modo abbondante.
Pensarono che, se tanta era la frutta, altrettanto ricca doveva essere la selvaggina. Gli Indios si guardarono tra loro sbigottiti e, senza esitare, si mostrarono subito desiderosi di dare maggiore serenità al loro futuro. Decisero così di lasciare la loro dimora, il Cielo, per scendere e abitare sulla Terra: ma come fare? Il Consiglio degli anziani si riunì e decise di fare una fune, unendo tra loro tutti i bracciali e le collane della tribù: ne risultò un filo robusto che, con l’aiuto di tutti, arrivò a una lunghezza sufficiente per raggiungere la Terra. Fu così che pian piano gli Indios cominciarono a scendere, aggrappati alla fune. La maggior parte raggiunse la Terra e si sparpagliò nella foresta per popolarla. Qualcuno, invece, Non convinto della visione e presagendo che la vita su questa Terra non sarebbe stata così bella come appariva, decise di restare lassù. Quando quasi tutti i guerrieri furono scesi sul pianeta, un bambino dispettoso passò vicino alla fune e, con un coltellino, tagliò il filo, di modo che a nessuno fu più possibile scendere sulla terra.

Così, nel cielo rimasero alcuni Indios e i loro fuochi si notano ancora oggi nella notte: sono le stelle...
* Gruppo etnico del Brasile
Brano tratto da: “Se fossi Indio”  Leggende dell’Amazzonia

8 febbraio 2013

L’ONU depenalizza il “pijcheo”, la masticazione delle foglie di coca in Bolivia.


La lotta per legalizzare la masticazione delle foglie di coca è stata una degli aspetti dell’agenda del Movimento Al Socialismo in Bolivia, con il suo presidente Evo Morales a capo, che considera questa pratica parte della cultura nazionale.

I reclami di tutto il popolo boliviano sono stati ricompensati quando la Convenzione Unica dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) nei confronti degli stupefacenti ha ammesso di nuovo la Bolivia con la riserva di che rispetti l’acullico (la masticazione delle foglie di coca).

“Grazie all’unità di tutti i boliviani abbiamo difeso la nostra dignità, la nostra identità, la nostra cultura ed abbiamo trionfato, fratelli e sorelle”, ha sottolineato il mandatario in una manifestazione di massa dei produttori di coca nella città di La Paz.

Nel 2011 la nazione sudamericana ha rinunciato alla Convenzione del 1961 perché in uno dei suoi incisi proibisce l’acullico, pratica ancestrale e millenaria protetta dalla nuova Costituzione Politica dello Stato.

Però in dicembre dello stesso anno, il capo dello Stato boliviano ha chiesto l’ammissione nella Convenzione con la possibilità di legalizzare l’acullico, ciò che è stato approvato il 10 gennaio 2013 con l’appoggio di 168 paesi.

Il pijcheo (masticazione in quechua) è una pratica ancestrale nelle culture andine che con le proprietà estratte da questa millenaria foglia riescono a combattere la fame, raggiungono le forze per continuare a lavorare, proteggono la salute e sopportano la vertigine.

Durante un’attività di celebrazione nella centrale città di Cochabamba per festeggiare questo trionfo, il mandatario ha espresso la sua soddisfazione ed ha riconosciuto la lotta dei produttori di coca dei dipartimenti di La Paz e di Cochabamba, così come l’appoggio dei 168 paesi tra i 183 che formano parte di questa Convenzione dell’ONU.

Hanno rifiutato l’approvazione solo 15 paesi con gli Stati Uniti a capo, il Regno Unito, Canada, Israele, Russia, Olanda ed altri, però 168 ci hanno appoggiato ed è il gran riconoscimento che ha fatto la comunità internazionale alla nostra identità, alla nostra foglia di coca ed al Pijcheo, ha indicato.

Secondo Morales, per la prima volta lo Stato Boliviano è riuscito a far cambiare la legislazione internazionale, compito che non è semplice, però che è stato consolidato grazie alla lotta del popolo.

Nello stesso modo il presidente ha sottolineato l’importanza di poter modificare le normative internazionali, nella loro maggioranza imposte dal governo degli Stati Uniti.

La foglia di coca è stata penalizzata e criminalizzata a livello internazionale, i consumatori sono accusati di essere tossicodipendenti ed i produttori di essere narcotrafficanti, si è lamentato.

I governi neoliberali hanno tentato di terminare con questo prodotto avviando progetti, però non hanno potuto e non potranno mai sradicare la nostra identità e la nostra cultura, ha detto.

Il mandatario ha sottolineato che in questa lotta si sono perse tante vite, nonostante è giunto il trionfo per far sapere al mondo che la foglia di coca non è un veleno, non è uno stupefacente, ma una parte della vita e della cultura dei boliviani.

Ha anche detto che l’Università di Harvard, negli Stati Uniti, ha raccomandato non solo masticare la foglia di coca ma mangiarla, perché ha un grande valore nutritivo.

Quest’istituzione ha confermato nel 1975 che questa foglia possiede un 46 percento di carboidrati, un 18 di proteine ed un 14 di fibra vegetale e solo l’uno percento è l’ingrediente della cocaina.

Nel 1995, un altro studio, questa volta patrocinato dall’ONU, ha indicato che l’uso della foglia di coca non sembra avere effetti negativi per la salute.
Il capo dello Stato ha rivelato che dal suo arrivo al governo hanno pianificato una strategia per far conoscere nella legislazione internazionale l’acullico, in nome di tutto il popolo e della difesa della loro cultura.

La stessa forma parte di una lunga battaglia legale per differenziare la masticazione della foglia di coca dal consumo e dalla produzione della cocaina.

In settembre del 2006, appena pochi mesi dopo aver assunto la presidenza della Bolivia, Morales ha sottolineato nell’Assemblea Generale dell’ONU l’importanza della penalizzazione della foglia di coca.

“Non capisco che la foglia sia legale per la Coca-Cola e non lo sia per il consumo medicinale del nostro paese e del mondo”, ha affermato in quel momento:”Questa è la foglia della coca verde, non la bianca che sarebbe la cocaina”, ha precisato il mandatario boliviano.

In Bolivia e nei paesi vicini come il Perù ed il nord dell’Argentina, l’acullico è molto esteso ed è considerato una pratica culturale tradizionale con migliaia di anni d’antichità.

La foglia della coca non è più vista come cocaina, questo è un trionfo della nostra identità, della nostra rivoluzione culturale, ha affermato Morales il 14 gennaio.

Questa millenaria foglia sacra è molto apprezzata dai boliviani grazie alle sue proprietà medicinali e nutrizionali, alla volta viene promosso il suo consumo tradizionale e la sua industrializzazione.

Ha avuto molto a che vedere in questo trionfo il lavoro fatto dalla cancelleria, in speciale il ministro degli Affari Esteri, David Choquehuanca, il quale durante l’ultimo anno ha fatto una serie di gestioni ed intense riunioni con Rappresentanti di diversi paesi della maggioranza dei continenti, per fare sì che appoggiassero la richiesta boliviana.

Il cancelliere boliviano ha ricordato che il suo paese ha un progetto strategico di nazionalizzazione delle colture della foglia di coca, come lotta contro il narcotraffico.

Choquehuanca ha fatto queste dichiarazioni a proposito di ciò che hanno detto gli analisti e i partecipanti nelle assemblee, i quali hanno augurato un possibile aumento della coltivazione di questa pianta, dopo il ritorno del paese nella Convenzione di Vienna.

La Bolivia ha una strategia nazionale di lotta contro il narcotraffico e la razionalizzazione della coltivazione eccedente della foglia di coca, questa strategia sta avendo risultati ed è riconosciuta dalle Nazioni Unite, allora quando qualcuno dice che sarà incrementata la coltura delle piantagioni della foglia di coca, significa che non conosce la nostra strategia, ha argomentato

MASTICARE LA FOGLIA DI COCA FA BENE

Secondo Leandro Speranza, un artigiano brasiliano di 33 anni che vive a La Paz, masticare la coca è necessario.

Ho cominciato a masticare la coca allo scopo di non prendere compresse e sintetici, per combattere lo Sorojchi (la vertigine). Mi hanno anche detto che attiva la circolazione, che è sano perché La Paz ha poco ossigeno e noi brasiliani non abbiamo tanti globuli rossi e la coca ci aiuta a respirare meglio, per me è una terapia, ha detto.

Elmer Bustamante, coltivatore di coca di Los Yungas, nel dipartimento di La Paz, ha detto che la coca è la sua principale fonte di redito e sente orgoglio del suo lavoro.
Secondo questo produttore, masticare la coca è un sollievo, perché rinforza ed aiuta a lavorare, oltre ad essere parte della sua vita.

Atonia Vargas è indigena e si dedica alla vendita di dolci, per il suo lavoro, passa quasi tutta la giornata fuori di casa e combatte la sete con la coca, perché le bevande la costringono a cercare spesso un bagno, e d’altronde “ci toglie la fame ed il sonno di notte”, ha aggiunto.

RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE

Questa vittoria è stata riconosciuta dal giornale statunitense The New York Times, che l’ha considerato “un trionfo diplomatico”.

Da parte sua, il rappresentante dell’ufficio dell’ONU contro la droga ed il delitto in Bolivia, Cesar Guedes, ha celebrato il ritorno del paese alla Convenzione di Vienna.
Il paese ha avuto l’appoggio necessario della comunità internazionale per depenalizzare il consumo tradizionale della foglia della coca, ha detto.

Larry Memmont, incaricato degli affari degli Stati Uniti nella nazione sudamericana, ha espresso in nome del suo governo il riconoscimento della masticazione della coca come un costume tradizionale.

Noi riconosciamo che l’acullico è un costume tradizionale molto importante qui.
Esprimiamo la nostra volontà di lavorare con il Governo Plurinazionale della Bolivia nel marco del rispetto di queste pratiche millenarie, ha manifestato nell’inaugurazione della razionalizzazione della coca illegale nella gestione 2013.

Il trionfo raggiunto dalla Bolivia è stato celebrato con tante manifestazioni, principalmente nella centrale città di Cochabamba ed a LaPaz ed è stato riconosciuto dalla maggior parte dei diplomatici presenti nel paese, in speciale i rappresentanti del Brasile, del Venezuela, di Cuba e del Nicaragua.

Duber Luis Piñeiro Gonzalez
corrispondente di Prensa Latina in Bolivia

17 gennaio 2012

ANTICHE TRADIZIONI - I RICCI DI MARE

A Civitavecchia è ancora viva
un'antica tradizione legata al mare.



Nelle belle giornate di febbraio o di marzo, sulla bassa costiera rocciosa che va da Capolinaro alla Punta di S.Agostino, cioè sulla riva degli antichi Etruschi, è possibile vedere folti gruppi di amici od intere famiglie patriarcali, intenti, con rumorosa allegria, a mangiare enormi mucchi di ricci di mare. Questa tradizione, che in origine costituiva un' indispensabile integrazione alla normale dieta alimentare, è diventata nel tempo una festa per salutare l’incipiente primavera. A questo proposito i vecchi civitavecchiesi dicono ancora che è alla data del 21 febbraio che entra la primavera a mare.

Per organizzare bene una "ricciata" è indispensabile osservare delle regole ferree, come in un antico rito sacro...

Per prima cosa deve aver fatto una mareggiata, poi deve tirare un leggero vento di tramontana, che bonaccia il mare sottocosta in modo da poter vedere i ricci adagiati su un fondale massimo di un metro e mezzo d’acqua. Per questa raccolta sono più indicate le prime ore del mattino perché tra le otto e le nove la tramontana tende a rafforzarsi increspando la superficie del mare. Ma questa riduzione di visibilità non impensierisce il ricciarolo esperto che getta una piccola quantità di olio di oliva in mare per ricreare le condizioni ottimali. Un tempo la raccolta veniva fatta da bordo di una barca che pescava poco, tramite delle lunghe canne palustri che avevano l’estremità più grossa spaccata, per un breve tratto, a croce o in tre parti e con un tappo di sughero ben legato per mantenere aperto lo spacco, che serviva per far incastrare un riccio alla volta.

Quali sono i ricci che bisogna prendere? Escludendo subito le "streghe" dalle punte biancastre i ricci migliori sono quelli che avendo mangiato durante la precedente mareggiata si trovano ora "belli pieni e satolli”  acquattati sul fondo roccioso, evitando di prendere quelli dritti sulle spine. Tuttavia per avere una varietà di ricci e bene "mischiare" quelli che si trovano sulla roccia, sul bambacino, e sulle alghe. Sino a quaranta - cinquanta anni fa esisteva la figura del venditore di ricci; i "ricciaroli" avevano dei posti fissi di vendita al Pirgo, al Viale Garibaldi, alla Marina, al Porto, all’angolo della Nona, a Porta Corneto. Secondo la regola, prima dei ricci, non bisogna mangiare niente, solamente un brodino e consentito, secondo le tradizioni familiari, prima o dopo la ricciata per "aggiustare lo stomico". Portate "le canestre" piene di ricci sulla spiaggia, in un posto a ridosso della tramontana, ci si dispone a cerchio intorno al mucchio "comodamente" seduti sugli scogli e con i "cortelli" e piu recentemente con le forbici, si aprono i ricci alla ricerca di quello "rosso e pieno".

La polpa del gustoso frutto di mare si preleva con dei pezzetti di panino, la pagnotta di grano duro non è indicata per questa pietanza dal profumo e dal sapore originale, allo stesso momento forte e delicato. Ogni volta prima di iniziare il pasto, i convenuti, si augurano il buon appetito e, scherzosamente, si rammentano a vicenda di fare attenzione perche i ricci sono alcolici e ubriacano. La verità e un’altra. La regola prevede infatti che ad ogni riccio bisogna bere un buon sorso di vino, bianco o rosso secondo i gusti. La "ricciata" inizia in genere verso mezzogiorno e si protrae per tutto il tiepido pomeriggio primaverile sino a "calata" di sole, tra frizzi e lazzi, allegre risate e armoniosi accordi di chitarra e mandolino.

23 dicembre 2011

Biscottini di Natale civitavecchiesi



 
Ingredienti:

sei etti di mandorle e nocciole pelate,

quattro etti di cioccolato fondente spezzettato,

mezzo chilo di canditi tagliati in piccoli pezzi (arancia e cedro),

dieci uova,

sette etti di zucchero,

due etti di burro, un etto di strutto,

una cartina Bertolini,

arancia e limone grattugiati,

25 grammi di cannella,

due grammi di vaniglia,

farina quanta ne raccoglie.



Amalgamare in un recipiente le uova e gli altri ingredienti,

unire la farina un poco alla volta e fare un impasto molto morbido;

formare dei pani stretti e allungati e cuocerli nel forno a 180 gradi.

Tagliare i pani ancora caldi di sguincio, in modo da realizzare la tipica forma dei

biscottini, e lasciar raffreddare. 

15 aprile 2011

1945-2011 - LA RESISTENZA CONTINUA

marcia-2011-definitivoSabato 16 aprile, è ormai il terzo anno, sfileremo su via Tiburtina per portare il nostro commosso saluto al sepolcreto dei caduti della Resistenza romana.
Pochi mesi fa, ci ha lasciato la staffetta partigiana Zaccaria Verucci che, negli scorsi due anni, aveva marciato al nostro fianco aprendo simbolicamente il corteo. E’ stato un grande onore per noi poter condividere con lui quei momenti ma il tempo è impietoso e se da un lato gli ultimi partigiani rimasti se ne vanno per sempre, dall’altro, gli uomini di potere non perdono occasione per relegare la tensione etica che ha animato i resistenti nella soffitta delle lontane nostalgie. Per le caste trasformiste d’Italia la Resistenza non può che rappresentare un precedente scomodo.
Il sangue dei partigiani ha scritto, ieri, alcune delle pagine più belle e gloriose nella storia di questo Paese. Oggi, per noi, quel sangue versato deve tornare ad essere linfa vitale, solo rendendo onore quotidianamente all’esempio dei combattenti antifascisti, infatti, avremo la forza di trovare, domani, stimoli e impulsi continui nella lotta per un orizzonte futuro. Non ci rassegniamo allo schifo di chi ci governa, alle meschinità della classe politica, a chi plaude alle guerre di razzia contro altri popoli e paesi, alle prepotenze istituzionalizzate sui luoghi di lavoro e nelle scuole. Settant’anni fa la gioventù d’Italia si ribellò alla guerra e ai mercenari dell’arbitrio e del dispotismo, oggi tocca a noi! La Resistenza rappresenta le nostre radici e le nostre ali, l’esortazione più nobile a combattere per la Giustizia Sociale e la Libertà.
Nell’Italietta dei Marchionne, dei papponi ben vestiti che siedono in parlamento, dei 4 morti sul lavoro ogni santo giorno, IL SANGUE DEI VINTI, contrariamente a quanto qualche noto pennivendolo ha cercato di farci credere negli ultimi anni, E’ IL SANGUE DEI PARTIGIANI.
Per loro, a chi tutto ha dato senza niente chiedere, il nostro perenne ricordo e la nostra promessa di lotta. Che il loro sacrificio non sia stato vano.


1945-2011



LA RESISTENZA CONTINUA

25 marzo 2011

Nuova Zelanda, accordo con i maori per la loro danza rituale

haka_585_486970aLa nazionale di rugby potrà continuare a eseguire la famosa haka prima delle partite
La nazionale neozelandese di rugby ha concluso un accordo con una tribù maori per assicurare che la squadra possa continuare a eseguire di fronte agli avversari la tradizionale danza di guerra, o haka, prima degli incontri.

Gli All Blacks, come viene chiamato il team per la sua storica divisa nera, si esibisce sin dal 1905 nel minaccioso rituale, che però fu composto da un capo dellatribù Ngati Toa, alla quale sono stati riconosciuti i diritti di proprietà intellettuale nel 2009.

La tribù dell'isola del nord aveva minacciato di brevettare parti della danza, sollevando la prospettiva di una battaglia legale in vista della Coppa del Mondo di quest'anno in Nuova Zelanda. Ma la New Zealand Rugby Union ha annunciato oggi di aver raggiunto un accordo con i Ngati Toa, i cui dettagli rimangono confidenziali, e la squadra non dovrà rinunciare alla tradizione.

23 marzo 2010

LA PIZZA DI PASQUA CIVITAVECCHIESE


PIZZA DI PASQUA DI CIVITAVECCHIApizzpasq
 



 Ingredienti                         



1 kg di zucchero 700 gr pasta di pane 30 gr cannella 250 gr di burro 20 gr lievito di birra
25 gr di anice 500 gr di ricotta 2 kg di farina 5 uova 1 bicchierino Alkermens 
1 bicchiere latte 1/4 l di Vermouth Un pizzico di sale
 
Esecuzione:                                                   
Mettere a bagno per 12 ore circa l’anice nel vermouth. Amalgamare la ricotta con la pasta del pane, sciogliere il lievito di birra con il latte e unirlo alla pasta. Mettere la farina a fontana sulla tavola e porre I’impasto al centro della fontana. Battere le uova con lo zucchero; sciogliere il burro a bagnomaria e unire il tutto, compresi gli altri ingredienti, al suddetto impasto. Lavorare con molta energia fino al completo raccoglimento di tutta la farina. Lasciar riposare la pasta per circa 2 ore, quindi tagliarla in pezzi e metterla nei testi. Coprire i testi e lasciar lievitare in un posto ben caldo per circa 24 ore. Trascorso questo tempo, pennellare la superficie della pizza con un uovo sbattuto e infornare nel forno caldo, circa 220 gradi, per un’ora. Questa e senza ombra di dubbio, con la zuppa di pesce, la ricetta più tradizionale di Civitavecchia.
 


 LA STORIA DELLA ”PIZZA DI PASQUA” 
  
Questo dolce ha una vera e propria ”storia” per la particolare cura nella preparazione, tant’e che, tutti i poeti dialettali passati e presenti ce la ricordano.


Igino Alunni tramanda la ricetta in versi:
”La pizza che se fa’ a Civitavecchia sotto la Pasqua, è cosi combinata: 
zucchero, ova, cannella, cioccolata, vino speciale de riserva vecchia;

Ricotta, farina, anice stellata, e su base de ’na ricetta vecchia, 
olio de semi, burro e poi ’n ’antecchia d’arkermes e vaniglia zuccherata.

Da secoli la fanno i pasticceri, donne de casa e pure li fornari, 
perchè sia cosi bona ’nso misteri.
E quanno la magnamo a colazzione, 
pe’ Pasqua, assieme a li nostri famijari, ce s’empie er core de sodisfazione”.
   

Gli ingredienti vanno preparati con molta attenzione fin dal giorno prima,
come ci ricorda Ugo Marzi nei suoi versi:

”Si, dioneguardi, sbaji in’sti momenti, presempio,...un quarzivoja, un ovo guasto, 
quanno che vai a magnalla so’ accidenti,
senza penza’ che ’r gusto ’n c’e rimasto”.


La lievitazione della pasta e un altro momento delicatissimo. Le donne usavano disporre i testi su un letto e coprirli con pesanti coperte di lana e l’attesa della lievitazione era un rito. Si rimaneva sveglie tutta la notte, spiando la pasta che cresceva e scaldando le coperte esternamente con un ferro caldo in modo da non far scendere la temperatura sotto le coperte.pizzadipasquacivitavecchiese
Era sinceramente una gran fatica come ci ricorda ancora Ugo Marzi in queste strofe:
”Questa e ’n’ammazzatura, sarvognuno si tanto me da’ tanto, ciarimani”.
C’era un misto di fatica e di passione nel fare questo dolce tradizionale ma tutta la fatica veniva per incanto dimenticata nell’ora ”de la sciorta della Gloria” quando la pizza veniva servita a tavola insieme alle uova sode, il salame, la coratella con i carciofi ed un buon bicchiere di vino per la colazione pasquale.

24 febbraio 2010

ANTICHE TRADIZIONI - I RICCI DI MARE

Ricci-di-mareA Civitavecchia è ancora viva un' antica tradizione legata al mare. Nelle belle giornate di febbraio o di marzo, sulla bassa costiera rocciosa che va da Capolinaro alla Punta di S.Agostino, cioè sulla riva degli antichi Etruschi, è possibile vedere folti gruppi di amici od intere famiglie patriarcali, intenti, con rumorosa allegria, a mangiare enormi mucchi di ricci di mare. Questa tradizione, che in origine costituiva un' indispensabile integrazione alla normale dieta alimentare, è diventata nel tempo una festa per salutare l’incipiente primavera. A questo proposito i vecchi civitavecchiesi dicono ancora che è alla data del 21 febbraio che entra la primavera a mare. Per organizzare bene una "ricciata" è indispensabile osservare delle regole ferree, come in un antico rito sacro...  
ricci

Per prima cosa deve aver fatto una mareggiata, poi deve tirare un leggero vento di tramontana, che bonaccia il mare sottocosta in modo da poter vedere i ricci adagiati su un fondale massimo di un metro e mezzo d’acqua. Per questa raccolta sono più indicate le prime ore del mattino perchè tra le otto e le nove la tramontana tende a rafforzarsi increspando la superficie del mare. Ma questa riduzione di visibilita non impensierisce il ricciarolo esperto che getta una piccola quantità di olio di oliva in mare per ricreare le condizioni ottimali. Un tempo la raccolta veniva fatta da bordo di una barca che pescava poco, tramite delle lunghe canne palustri che avevano l’estremita più grossa spaccata, per un breve tratto, a croce o in tre parti e con un tappo di sughero ben legato per mantenere aperto lo spacco, che serviva per far incastrare un riccio alla volta.  
 

ricci_pQuali sono i ricci che bisogna prendere? Escludendo subito le "streghe" dalle punte bincastre i ricci migliori sono quelli che avendo mangiato durante la precedente mareggiata si trovano ora "belli pieni e satolli aqquattati" sul fondo roccioso, evitando di prendere quelli dritti sulle spine. Tuttavia per avere una varietà di ricci e bene "mischiare" quelli che si trovano sulla roccia, sul bambacino, e sulle alghe. Sino a quaranta - cinquanta anni fa esisteva la figura del venditore di ricci; i "ricciaroli" avevano dei posti fissi di vendita al Pirgo, al Viale Garibaldi, alla Marina, al Porto, all’angolo della Nona, a Porta Corneto. Secondo la regola, prima dei ricci, non bisogna mangiare niente, solamente un brodino e consentito, secondo le tradizioni familiari, prima o dopo la ricciata per "aggiustare lo stomico". Portate "le canestre" piene di ricci sulla spiaggia, in un posto a ridosso della tramontana, ci si dispone a cerchio intorno al mucchio "comodamente" seduti sugli scogli e con i "cortelli" e piu recentemente con le forbici, si aprono i ricci alla ricerca di quello "rosso e pieno".  
  

La polpa del gustoso frutto di mare si preleva con dei pezzetti di panino, la pagnotta di grano duro non è indicata per questa pietanza dal profumo e dal sapore originale, allo stesso momento forte e delicato. Ogni volta prima di iniziare il pasto, i convenuti, si augurano il buon appetito e, scherzosamente, si rammentano a vicenda di fare attenzione perche i ricci sono alcolici e ubriacano. La verità e un’altra. La regola prevede infatti che ad ogni riccio bisogna bere un buon sorso di vino, bianco o rosso secondo i gusti. La "ricciata" inizia in genere verso mezzogiorno e si protrae per tutto il tiepido pomeriggio primaverile sino a "calata" di sole, tra frizzi e lazzi, allegre risate e armoniosi accordi di chitarra e mandolino.