L'ex membro della Raf Inge Viett, è stata condannata per aver "moralmente sostenuto" il sabotaggio di mezzi militari tedeschi
"Questa sentenza è frutto di un processo politico". Così Inge Viett subito dopo la lettura delle motivazioni per la condanna a ottanta giorni di carcere o, alternativamente, 1200 euro di multa. Inge Viett, ex membro della Raf (Rote Armee Faktion), è stata processata e condannata per apologia di reato.
Durante la conferenza pubblica dell'8 gennaio 2011 organizzata dal giornale di sinistra Junge Welt, Viett aveva legittimato le dieci e più operazioni di sabotaggio contro mezzi militari verificatesi tra il 2009 e il 2010: "Se la Germania è in guerra - aveva affermato la combattiva sessantasettenne - allora è legittimo, quale azione dimostrativa contro la guerra, incendiare gli equipaggiamenti militari". E poi ancora: "I mezzi militari dati alle fiamme in Germania avrebbero potuto portare morte e oppressione nel mondo".
Per il procuratore Matthias Weidling, quelle di Inge Viett sono parole incendiarie e chiede alla corte che sia punita con tre mesi di carcere.
Seduta al fianco del difensore Sven Richwin, Viett - capelli corti e orecchino al lobo sinistro - è apparsa serena e ha dispensato sorrisi e saluti ai suoi amici e simpatizzanti presenti in aula per mostrarle solidarietà. Sul banco degli imputati, l'ex Raf tiene aperto, alla pagina tre, il quotidiano Junge Welt: Der Krieg ist das Verbrechen, la guerra è (il vero) crimine. Perché questo, in fondo, è stato - tra le righe - in discussione nel processo del 23 novembre: è reato manifestare la propria opinione (contraria) sul più grande crimine umano? A quanto pare Inge Viett non ha la stessa libertà di parola garantita agli altri cittadini. In questo ha ragione, quando afferma che la sentenza è politica e per la verità il giudice Hammer non ne ha fatto mistero. Considerato il suo passato (nocciolo duro della Raf), il suo carisma e sèguito (il regista Schlöndorff ha costruito il film "Il silenzio dopo lo sparo" sulla sua biografia), le parole di Viett hanno un peso diverso: avendo sostenuto "moralmente" quegli atti criminosi - si legge nella sentenza - l'imputata Viett ha, di fatto, promosso l'emulazione di tali reati creando un senso di insicurezza nella società tedesca.
Fuori al tribunale di Berlino c'è un piccolo gruppo di sostenitori, alcuni dei quali hanno viaggiato diverse ore per essere presenti: "Bisogna raccontare cosa sta accadendo in Germania", dice un uomo sulla cinquantina e che vive a un centinaio di chilometri dalla capitale. "Qui è in pericolo la libertà di parola". L'uomo, che preferisce non dire il proprio nome, racconta di altri due processi: Thies Gleiss, portavoce del partito di sinistra Die Linke nel Nord Reno-Westfalia, sarà alla sbarra per aver definito assassini i soldati tedeschi in Afghanistan (vale la pena di ricordare che il colonnello Klein, colui che ordinò l'attacco aereo e l'uccisione di oltre cento civili afgani a Kunduz, non è stato ritenuto responsabile di quella strage). Anche il direttore del Junge Welt è stato processato - ma assolto - per aver riportato il discorso di Viett dell'8 gennaio 2011. Il giudice, nell'assolverlo, ha ricordato quanto sia pericoloso mettere in discussione la libertà di stampa.
Il processo Viett può costituire uno spartiacque nella futura gestione degli estremismi: la Germania ha sempre prestato più attenzione al terrorismo rosso che metteva nel mirino gli uomini dell'establishment, meno al terrorismo bruno che invece punta a immigrati e persone di colore.
In molti si aspettano, ad esempio, la cancellazione del Rock for Germany festival di Gera, una sagra per neonazisti, dove si inneggia alla caccia e all'uccisione degli immigrati.
O quegli inviti sono forse tutelati dalla libertà di espressione?
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24 novembre 2011
23 novembre 2011
Genova G8: assolti De Gennaro e Mortola. Il fatto non sussiste
Assolti De Gennaro e Mortola. La Cassazione annulla le sentenze condannatorie. L'ira di legali e comitati genovesi
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Il fatto non sussiste. La Cassazione salva l'ex capo della polizia, il potente Gianni De Gennaro e l'ex capo della Digos genovese Spartaco Mortola, che nel frattempo ha fatto carriera e ora è a Torino come capo della polizia ferroviaria. I due erano accusati, ed erano stati condannati, per aver indotto un loro collega a dire il falso davanti ai giudici.
Qui trovate tutta la vicenda in un articolo di PeaceReporter.La Cassazione giudica di diritto e non nel fatto, quindi bisognerà attendere le motivazioni della sentenza annunciata. Ma. Ma ci sono intercettazioni. Ci sono fatti. "In primo e secondo grado - ha affermato l'avvocato Laura Tartarini - i giudici hanno stabilito la rilevanza della falsa testimonianza di De Gennaro. Oggi, invece, la Cassazione ribalta la sentenza di condanna. Per noi è incomprensibile".
Com'è possibile che si arrivi a un ribaltamento così evidente di sentenze precedenti che si poggiano su elementi forti, robusti. A tal punto da far pronunciare sentenze di condanna su un uomo così potente, come Gianni De Gennaro (oggi 'capo' dei servizi segreti) ? Sospendiamo la lettura più naturale di un fatto del genere e diamo spazio a un'altra domanda. Ma com'è possibile che in dieci anni la politica non sia stata capace di affrontare il tema dei fatti di Genova, soprattutto nel centrosinistra e anche nella sinistra oggi extraparlamentare?
La commissione di inchiesta parlamentare è stata per anni merce di scambio, o strumento tattico. Inserita nel grande tomo del programma del governo Prodi non fu mai attuata, tradendo la promessa elettorale (se non fosse bastata la giusta ansia di verità). Degli anni della destra c'è poco da dire fra un Fini al forte di San Giuliano, gli Scajola smemorati che appaiono, scompaiono e riappaiono come ago della bilancia, vergognosamente, gli Ascierto e quanti si sono rallegrati delle violenze di quei giorni, violenze in divisa.Gli ultimi fatti di Piazza San Giovanni a Roma. Viene da pensare a quelle ore con alcune dichiarazioni nei blog dei poliziotti, nei forum: il nostro comportamento ha contribuito a chiudere la ferita di Genova, alcuni scrivevano.
Dubitando di una lettura così debole, e insipida, la sentenza di Cassazione è nuovo sale gettato sulle ferite di quanti credono ancora che la legge debba essere uguale per tutti.Abbiamo, con tutta evidenza, un grande problema politico. Un problema di gestione dell'ordine pubblico. Un problema di responsabilità precise che vengono cancellate, un problema di memoria. Un problema nel legiferare, perché ancora non abbiamo - passati dieci anni - leggi che permettano il riconoscimento dei singoli agenti di polizia impegnati su piazza, o qualche decente norma che vieti l'uso di gas lacrimogeni vietati da convenzioni di guerra.
Dieci anni. Eppure "Il fatto non sussiste".http://it.peacereporter.net/
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